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ESPOSITO (PD): “HO LE PROVE, IL FIGLIO DEL GIUDICE FREQUENTAVA I TERRORISTI DEL PKK”

Intervista a Stefano Esposito su La Stampa del 6/7/2012 – di Maurizio Tropeano

Onorevole Esposito, l’ex magistrato Livio Pepino conferma la decisione di querelarla per diffamazione. Lei conferma quanto detto?

«Certo. Esistono e-mail di Daniele Pepino scritte dal Kurdistan. Non sono e-mail scritte nel settembre 2011 durante la missione umanitaria, bensì tra il marzo e l’aprile di quest’anno e nulla hanno a che vedere con il volontariato e la solidarietà internazionale, ma dimostrano la frequentazione dei guerriglieri del PKK, una formazione che è sulla liste internazionale delle organizzazioni terroristiche e i cui militanti sono stati oggetto anche di recenti operazioni di polizia in Italia».

Onorevole, come è entrato in possesso di questi documenti?

«Sono mail spedite al sito Alpi ribelli che è a disposizione di un certo numero di persone. Evidentemente qualcuno che ha capito che si sta superando il limite me le ha inviate. Ho deciso di renderle pubbliche sul mio profilo Facebook in modo che ognuno possa liberamente valutarle».

L’ex magistrato afferma che quando si toccano interessi forti le reazioni sono spesso rabbiose. È il suo caso?

«Vorrei capire quali sono gli interessi forti che il dottor Pepino avrebbe toccato scatenando reazioni rabbiose. Dalla lettura del suo libro, scritto con Marco Revelli, emerge chiaramente che l’unico potere forte contro cui Pepino si scaglia è la Procura di Torino. Siamo di fronte a un pamphlet che processa i magistrati, responsabili di voler ‘criminalizzare’ il movimento No Tav, con argomenti che ricordano molto da vicino i teoremi di Silvio Berlusconi e della destra contro le presunte ‘toghe rosse’. E sentire rievocare il ‘reato d’autore’ e il ‘diritto penale del nemico’ mi paiono tra le cose più becere della vicenda relativa alla Tav».

Onorevole, vanno bene i teoremi ma perchè per confutarli ha scelto di chiamare in causa il figlio dell’ex magistrato?

«Visto il curriculum giudiziario del figlio Daniele, e visto che quest’ultimo è tra i denunciati dalla Procura per i fatti avvenuti a Chiomonte, il buon senso avrebbe consigliato a Pepino padre di astenersi dal giudicare i magistrati torinesi che si sono occupati e si occupano delle inchieste. Invece no. Tanto da arrivare a fare un’affermazione che considero davvero grave, ovvero quelle righe del libro in cui discetta sull’effettiva fondatezza delle minacce a Caselli. Parole dure come pietre, parole irresponsabili, che non necessitano di altri commenti».

Pepino si dice convinto che in Valsusa deve essere la politica a riprendere in mano la situazione senza delegarne la gestione a polizia e magistratura. Che cosa risponde?

«La politica ha commesso molti errori però dal 2006 ha lavorato seriamente per ristabilire un dialogo, dialogo che è stato rifiutato e che ha visto trasformare la realizzazione di una ferrovia in uno scontro ideologico ad appannaggio di una parte consistente del radicalismo violento italiano. Invece di porre solo il problema dell’inadeguatezza della politica mi chiedo quando gli intellettuali di questa città faranno una seria riflessione sugli ammiccamenti ideologici ai No Tav che hanno trasformato un movimento popolare in un ricettacolo dell’anarco-insurrezionalismo violento e dell’anti-stato. Per evitarlo sarebbe bastato che il movimento allontanasse i violenti e li sconfessasse. Questione che Pepino, però, ritiene un falso problema».