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Rossomando: “La sinistra si suicida se rinuncia a dire la sua”

Intervista ad Anna Rossomando su la Repubblica del 11 aprile 2018 – di Lavinia Rivara

«La sinistra non si suicida se dialoga con i SStelle, ma se rinuncia a stare nel dibattito politico, a parlare al Paese e alla quotidianità delle persone». Anna Rossomando rischia di essere l’unica donna del Pd ad avere una carica in questa legislatura. È stata eletta vice presidente del Senato, un incarico che arriva dopo dieci anni di Parlamento e una militanza lunga quaranta anni cominciata nella Fgci. Alle primarie dem si è schierata con Orlando.

 

Senatrice, nel Pd si fronteggiano due linee, stare all’opposizione nell’attesa che si formi un governo Lega-M5S, o provare a impedire la nascita di un esecutivo sovranista dialogando con i 5Stelle. Come se ne esce?

 

«Noi non possiamo augurarci la nascita di quel governo, il tweet di Marcucci è stato infelice. Detto questo il tema non è opposizione sì o no, ma come si sta all’opposizione. Il Pd deve indicare le priorità per il Paese, entrando nel dibattito politico e costringendo anche di Maio a uscire dall’ambiguità e dire da che parte sta rispetto a quei temi, i nostri. E ha fatto bene Martina a dire, andando al Quirinale, quali sono le proposte del Pd».

 

Ma è davvero possibile, come dice Franceschini, trasformare i SStelle in una forza riformista?

 

«Chi fa politica non può non avere l’obiettivo di spostare le posizioni dei propri interlocutori, anche ponendo le questioni in modo duro e incalzante. Altrimenti viene meno la ragione stessa del fare politica».

 

Dunque il Pd deve aprire ad un Di Maio che dice “la guerra è finita”?

 

«Se si sotterra l’ascia di guerra, si usano toni civili e si riconosce la legittimità degli avversari politici è una bella conquista, che saluto con favore. Ma sul governo la situazione non cambia molto, è l’impostazione che non è accettabile. Non si può aprire indifferentemente al centrodestra e a noi, perché abbiamo due programmi opposti, molto molto diversi»

Se Di Maio chiudesse con la Lega e puntasse solo a una intesa col Pd sarebbe un passo avanti?

 

«Ma non siamo in questa fase. Oggi è in atto il tentativo di formare un governo da parte delle due forze politiche che hanno preso più voti. Un altro scenario politico non mi sembra configurabile al momento, il nostro progetto è alternativo».

 

La partita del governo si sta intrecciando con quella sulla nuova leadership dei Democratici. L’assemblea il 21 dovrà eleggere un segretario?

 

«Certamente sì, va eletta una figura che ci porti in tempi ragionevoli ad un congresso. E ci vuole discontinuità. Ma il congresso non può limitarsi alla scelta di una persona, i nodi politici non si risolvono con il rito delle primarie. Al Pd serve una analisi seria delle ragioni della sconfitta e un suo riposizionamento rispetto alle scelte del passato. C’è un tema fondamentale, quello del disagio sociale, in gran parte legato alle condizioni economiche ma anche al sentimento di esclusione di larghi strati di popolazione, al quale la sinistra, nel mondo e anche in Italia, non è riuscita a dare risposte. Noi al governo abbiamo fatto molte cose positive, e io le rivendico, ma non è bastato. Non siamo riusciti a parlare a quel disagio, alla vita quotidiana delle persone, delle famiglie. Dobbiamo ripartire da lì, non possiamo farci schiacciare solo sul governo, nazionale o locale che sia, non dobbiamo rinunciare a essere presenti sui luoghi fisici del disagio, ricostruendo una comunità».

 

Nei gruppi dem le donne sono diminuite rispetto a prima. E lei potrebbe essere l’unica donna del Pd ad avere una carica in questa legislatura. Si sente una specie protetta?

«Tutt’altro, ma sento una grande responsabilità. Il Pd ha dato un grande contributo alla democrazia di genere, a partire dal governo Renzi e il suo 50 per cento di donne. Ma se guardo a come sono state composte le liste elettorali e all’uso che si è fatto delle candidature femminili direi che non ci siamo proprio. Per questo il mio voto all’assemblea sarà condizionato anche da questo tema, a sostegno di chi vorrà riapre nel partito un luogo di elaborazione come la conferenza delle donne».