| 

Senza categoria

Rossomando: Lo stop alla riforma penitenziaria amareggia, ma spero in un ravvedimento

Intervista alla vicepresidente del Senato: «Sono preoccupata, perché le parole con cui il ministro Bonafede ha escluso di attuare la delega arrivano alle porte dell’estate, quando nelle carceri la situazione è ancora più difficile», di Errico Novi, Il Dubbio

«Sono amareggiata, certo. E preoccupata, perché le parole con cui il ministro Bonafede ha messo in dubbio l’attuazione della delega per la riforma penitenziaria arrivano alle porte dell’estate, quando nelle carceri la situazione è ancora più difficile. Eppure io confido in un ravvedimento. Nella forza dei fatti. E dei numeri, compresi quelli contenuti nella relazione che abbiamo ascoltato dall’Autorità garante dei detenuti».

Anna Rossomando è tra le poche avanguardie garantiste sopravvissute ai vertici delle istituzioni: è vicepresidente del Senato, è un avvocato e nella scorsa legislatura ha sostenuto, dalla commissione Giustizia di Montecitorio, l’opera dell’ex guardasigilli Andrea Orlando. Ieri ha presieduto in Senato all’esposizione, da parte di Mauro Palma, del report sulla condizione delle persone “private della libertà”. E ha dovuto assistere al definitivo pollice verso mostrato dal nuovo ministro della Giustizia sulla delega per la riforma penitenziaria, in scadenza il 3 agosto.

Ormai non ci sono più spiragli.
Ripeto, l’amarezza, c’è. Ed è accentuata dal constatare come la Costituzione resti un valore celebrato a parole ma purtroppo disatteso proprio da coloro che spesso se ne sono dichiarati estremo baluardo. Eppure voglio sforzarmi intanto di cogliere dei bagliori di speranza, nell’intervento del guardasigilli.

Quali?
Il ministro ha detto di volersi tenere, sotto diversi profili, su una linea di continuità con l’opera di chi lo ha preceduto, ossia Andrea Orlando. Ecco, io credo che siamo di fronte a una fase nuova, in cui chi afferma determinate posizioni sulla giustizia e sull’esecuzione penale è da pochissimo passato da una lunga opposizione a responsabilità di governo. Siamo a inizio mandato, per il ministro Bonafede, e io confido in un ravvedimento operoso, per così dire.

Ma potrà esserci solo su provvedimenti non più riconducibili alla delega. E col rischio che, anziché avere nuove carceri, ci si trovi con un’esplosione del sovraffollamento in quelle esistenti, vecchie e malandate.
Da parte del guardasigilli è stato obiettato che gli altri interventi sul carcere approvati nella scorsa legislatura avevano un fine solo deflattivo. Ma quando il ministro Orlando e il Parlamento li predisposero, fu detto con chiarezza che si trattava di una risposta emergenziale non solo alle sanzioni inflitte dalla Cedu con la sentenza Torreggiani, ma anche a un sovraffollamento divenuto oggettivamente insostenibile. Si aggiunse, sempre da parte di Orlando, che quelle norme erano nient’altro che una premessa per mettere mano a misure strutturali. Puntualmente arrivate, attraverso gli Stati generali, con la riforma penitenziaria.

Bonafede vuole dati certi sulla recidiva, ma lo steso presidente Mattarella ricorda che condizioni detentive indegne mettono a rischio proprio la sicurezza.
Il che rimanda a un punto fermo: le misure alternative alla detenzione inframuraria non possono essere confuse con la rinuncia dello Stato a infliggere la pena. Piuttosto, implicano un percorso per il recupero del condannato, dunque un’assunzione di responsabilità sia da parte di quest’ultimo che dello Stato. Come ho detto alla presentazione del documento del Garante, non ha senso contrapporre la certezza della pena al modo in cui quest’ultima viene scontata. Il motivo è semplice: le persone detenute prima o poi escono, perciò se il sistema dell’esecuzione penale ce le restituisce migliori, superiore sarà la garanzia di sicurezza dei cittadini.

Non a caso era questo il principio ispiratore della riforma.
Ripeto, mi dispiace che si debba di nuovo mettere in discussione la realizzazione di un modello a cui hanno lavorato le intelligenze migliori e più attente al tema dell’esecuzione penale. Ma proprio perché si è trattato di un lavoro ispirato a un approccio tutt’altro che temerario, casomai ponderato e costruito in base a osservazioni sul campo, confido che se me possa ancora discutere. Che al frutto degli Stati generali si possa attingere come a un patrimonio straordinario, e che la stessa cosa avvenga con la relazione del Garante, uno strumento di indagine basato sui dati e da cui dunque non si potrà prescindere.