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Chiamparino: “La Tav? Appendino si sente poco. La guidano gli ultrà”

Intervista di Marco Imarisio – sul Corriere della Sera del 23/11/2018

Sergio Chiamparino, come va nel Piemonte cenerentola del nord Italia?

«Faccia poco lo spiritoso. Stiamo giocando una partita importante. Per noi, e per il Paese».

 

O si fa la Tav o si muore?

«Pensare di fare una crescita sostenibile per il futuro di Torino e del Piemonte solo con la Tav è sbagliato. Farla senza la Tav invece è impossibile».

 

Cos’è cambiato con la manifestazione Sì Tav?

«È stata una reazione civica a una forzatura tutta politica voluta dai Cinque Stelle in risposta ai malesseri del loro elettorato pugliese deluso dalla vicenda Tap. Hanno cercato di alzare la loro bandiera No Tav su Torino, che invece non è una città No Tav. Come il resto del Piemonte».

 

E dopo quella piazza?

«Spero che gli organizzatori vadano avanti. Stanno subendo attacchi furenti. Non gli viene perdonato il fatto di aver tradotto in mobilitazione un orientamento positivo sulla Tav e contro la decrescita. Ma ormai un risultato è stato ottenuto».

 

Cosa glielo fa pensare?

«Ora tutti sanno qual è la posta in gioco. L’aria è cambiata».

 

Che cosa sta succedendo a Torino?

«Chiara Appendino si sente poco. E lo dico senza alcuna gioia. Credo che la sindaca sia consapevole del fatto che amministrare una città non significa farsi guidare dalle curve Maratone dei propri ultrà. Ma non ci riesce».

 

Perché non la chiama semplicemente maggioranza?

«Non è così. In ogni partito, in ogni coalizione, ci sono gli ultrà, quelli che perdono di vista il bene comune. Ma sono sempre una minoranza. Anche se a giudicare dai sondaggi sulla Tav, ho il sospetto che questi “ortodossi” dei Cinque Stelle siano un`esigua minoranza».

 

Intanto ci sarà la fascia tricolore alla manifestazione No Tav.

«Il vice sindaco Guido Montanari veniva a urlare sotto la mia finestra a ogni manifestazione contro l`inceneritore, contro la Tav, contro i grattacieli, contro i centri commerciali. Più ultrà di così».

 

Oggi che a quella finestra c`è lui, non ha il diritto di portare la fascia dove gli pare?

«Quella fascia rappresenta l’amministrazione. E soprattutto rappresenta la sindaca, che concede di indossarla su specifica delega. Mi dispiace che Appendino non ne colga il valore simbolico, o non possa farci niente».

 

Come sono i suoi rapporti con la sindaca?

«Collaboriamo ancora, com’è giusto che sia. Ma più passa il tempo, più diventa difficile fingere che la Tav sia un problema laterale, da mettere in un angolo aspettando chissà cosa. Sarebbe una ipocrisia».

 

La sua ricandidatura alla presidenza della Regione Piemonte è ufficiale?

«Prima delle politiche del 4 marzo non ci pensavo proprio. Dopo, con quel che è successo, non dare la mia disponibilità sarebbe un atto di diserzione».

 

Chi voterà alle primarie del Pd?

«Bella domanda. I tre candidati principali sono persone affidabili. Ma averne sette ai nastri di partenza, con future alleanze in vista, è già un segnale che preannuncia un congresso rivolto solo a cercare riposizionamenti interni, a fare manovre intestine per mantenere o guadagnare fette di potere, sempre interno, si capisce».

 

Mi raccomando, moderi l’entusiasmo.

«Non ho ancora capito quali sono i progetti per rilanciare una sinistra europea. Al momento non ne vedo. Colgo solo differenze di geometrie interne al Pd, ma non le prospettive comuni per tornare a essere credibili nel Paese».

 

Non è contento che finalmente, ad appena un anno dalle elezioni, si fa il congresso?

«Farlo un paio di mesi dopo le politiche del 4 marzo, come chiedevano gli iscritti, almeno avrebbe permesso di organizzare una opposizione degna di questo nome. Forse ci sarebbe stata persino un`analisi e qualche autocritica. Farlo così, a ridosso delle Europee potrebbe autorizzare qualcuno a pensare che sia solo una resa dei conti per decidere le nuove liste elettorali, senza avere un programma preciso per un appuntamento molto importante».

 

Ma qual è il problema, con questo benedetto Pd?

«Abbiamo una classe dirigente cresciuta per sua fortuna in un’epoca dove l’esercizio del potere era in qualche modo scontato. Ne consegue una perenne battaglia interna per posizionarsi meglio. C`è un problema però. Quest’epoca ormai è finita. Lo hanno capito gli elettori. Dovremmo iniziare a capirlo anche noi».