Adesso una nuova Italia
Relazione del Segretario regionale Gianfranco Morgando all’Assemblea Regionale di sabato 15 dicembre 2007 (Hotel Atlantic, Borgaro Torinese).
La nostra Assemblea si tiene al termine di una settimana di lutto per la comunità piemontese. I fatti gravissimi della ThyssenKrupp, una vera e propria strage di cui devono essere accertate le cause e le responsabilità, ci chiamano alla solidarietà ed alla riflessione.
Siamo vicini alle famiglie delle vittime, e speriamo con tutto il nostro cuore per la salvezza dei feriti. Chiediamo giustizia e verità, e denunciamo l’assurdità della morte per lavoro, che purtroppo è ancora una delle piaghe della società italiana. Gli episodi non sono sporadici. La nostra amica Rosita Serra, membro dell’Assemblea regionale, mi ha ricordato che pochi mesi fa, il 16 luglio 2007, cinque operai sono morti nella esplosione e nell’incendio del “Molino Cordero” di Fossano. Due vicende drammaticamente simili, che dimostrano come tanta strada ci sia ancora da fare per garantire anche sui luoghi di lavoro il primo diritto delle persone, che è il diritto alla vita.
Le mie riflessioni sui fatti della Thyssen le ho manifestate nell’intervento di martedì in Senato, parlando a nome del gruppo del PD. Oggi questo episodio deve aiutarci nella costruzione del nostro orientamento politico. Chi ha sentito gli slogan del corteo di Torino, oppure ha letto le cronache dei giornali, ha potuto rendersi conto della separazione disperata che caratterizza pezzi importanti della nostra società. C’è ancora una realtà di lavoro operaio che abbiamo rimosso, e che oggi si sente abbandonata e non più protagonista della vita della città e della sua storia. Dobbiamo rivedere le nostre analisi, troppo influenzate da un’idea superficiale di modernità. L’Italia è complessa, ci sono realtà sociali e produttive diverse tra loro che non si parlano più. Il nostro compito è rimetterle in dialogo, dare risposte concrete, coniugare la tensione verso il cambiamento con la tutela e la crescita dei settori più deboli, far sentire tutti protagonisti di un futuro che non appartiene soltanto a nuovi ceti ed a nuove professioni. Il Piemonte del lavoro di fabbrica, che svolge ancora un ruolo primario nella produzione della ricchezza regionale, deve tornare al centro delle nostra iniziativa politica. Ha fatto bene Veltroni ad annunciare una iniziativa nazionale del Partito sulla “questione operaia”. Chiediamo che si svolga a Torino, che è ancora la città simbolo di questa realtà sociale e produttiva, e ci impegniamo a prepararla con un percorso nostro, che ci faccia essere quel “partito del lavoro” che abbiamo proclamato in molti documenti.
In questo percorso vogliamo ripartire da un rapporto con le Organizzazioni sindacali. Proporrò a CGIL, CISL e UIL di avviare una iniziative stabile di consultazione e di approfondimento dei problemi, nel rispetto dei ruoli diversi che ci caratterizzano. Ci sono problemi per i Partiti e ci sono problemi per i Sindacati, la crisi della rappresentanza non risparmia nessuno. Ma una società non può vivere senza grandi organizzazioni di tutela degli interessi, che siano capaci di andare oltre le esigenze individuali e di contribuire al raggiungimento di obiettivi generali. Soltanto con una strategia di concertazione sarà possibile una politica economica capace di affrontare il problema salariale, che costituisce l’emergenza assoluta del nostro paese. Aumentare i salari è necessario per migliorare il tenore di vita di tante famiglie, e per far crescere l’economia con l’aumento dei consumi interni. Sono tre le risposte possibili ed urgenti, che dobbiamo mettere in cantiere: sostenere le famiglie in crisi da mutuo, realizzare una contrattazione capace di far crescere la produttività delle imprese ed i salari dei lavoratori, tagliare in modo netto la pressione fiscale per il lavoro dipendente. La legge finanziaria in corso di approvazione da alcune prime risposte, c’è attenzione nei confronti dei redditi più bassi. Ma occorre un disegno più comprensibile, una linea più netta.
Anche a livello piemontese occorre assumere iniziative coerenti, contrastando la tendenza all’aumento della fiscalità locale che deriva da una impostazione contraddittoria delle politiche nazionali sulla finanza delle Regioni, delle Province e dei Comuni.
Su questo tema in Piemonte siamo virtuosi, e ci sono positive iniziative che si annunciano nella legge finanziaria della Regione per il prossimo anno. Tuttavia il controllo della spesa pubblica, la sua riduzione, la diminuzione delle tasse locali e il controllo delle tariffe dei servizi pubblici è una linea da porre al centro della nostra attenzione.
In questo contesto accenno soltanto ad un tema su cui dovremo ritornare con una specifica iniziativa: siamo interessati ad una rapida approvazione delle nuove norme in materia di Servizi Pubblici Locali.
Pur con qualche limite, il disegno di legge Lanzillotta aiuterà il rafforzamento delle aziende che operano nel settore delle utilities e la loro capacità di competere in un mercato più ampio, di fare efficienza, ridurre i costi e le tariffe. Non è naturalmente in discussione la proprietà pubblica delle imprese, ma la loro trasformazione in operatori capaci di affermarsi in un contesto competitivo, senza perdere l’attenzione al proprio radicamento territoriale. Ma su questo, come ho detto, faremo presto un approfondimento.
Anche per rispondere ad una polemica giornalistica che ci voleva ripiegati in una logica di lotta tra le correnti, ho anticipato qualche giorno fa le linee di un progetto strategico del Partito Democratico piemontese, e oggi la voglio sottoporre alla discussione dell’Assemblea.
Naturalmente l’incontro di oggi non è conclusivo. Inizia semplicemente un percorso. Sono grato a coloro che daranno il loro contributo e in particolare ai nostri amici che guidano le più importanti istituzioni locali. La loro presenza aiuta a capire il ruolo del Partito, che non è quello di sostituirsi alle istituzioni e di stendere un programma di governo, ma di esprimere le linee generali, derivandole dalla sua capacità di leggere la domanda politica della società.
Sono contrario al Partito degli eletti, che esaurisce la sua azione nel momento elettorale. E sono anche contrario al partito “pigliatutto”, che pretende di assumere al suo interno decisioni che spettano alle istituzioni. Sono per un partito che elabora, discute, orienta e dialoga con la società e le istituzioni. Una sorta di cerniera, piccola ma insostituibile. Forse in queste settimane non ho fatto abbastanza per superare un clima di cortesia e di freddezza, che è anche un po’ l’eredità del tempo delle primarie. Vorrei che l’Assemblea di oggi segnasse un cambiamento di rotta, l’avvio di un lavoro comune, nel rispetto dei ruoli diversi, ma anche della convinzione di camminare sulla stessa strada. Per realizzare questo obiettivo è necessario uno sforzo di tutti, partendo dalla volontà di costruire un rapporto diverso tra esecutivi ed assemblee. Le assemblee elettive non sono un inciampo, ma il luogo in cui si manifesta la volontà popolare. I gruppi consiliari di maggioranza, che rappresentano nelle istituzioni le linee programmatiche dei partiti, partecipano all’attività di governo e ne garantiscono la realizzazione. Non sono degli esecutori, ma degli interlocutori. Un pieno riconoscimento del loro ruolo aiuterà la maggioranza, anche là dove si manifestano scollamenti e difficoltà, ad essere più coesa ed efficace.
Il Piemonte sta vivendo un passaggio cruciale dal punto di vista economico e sociale. Dal punto di vista economico l’aumento delle incertezze a livello internazionale, dovute alle ripercussioni della crisi dei mutui americani, all’euro forte e all’aumento dei prezzi delle materie prime, lasciava presagire un rapido deterioramento del quadro economico.
I primi risultati delle principali indagini congiunturali correggono in parte questa prospettiva, introducendo elementi di ottimismo.
In un quadro di buona tenuta del ciclo economico, l’unico dato dissonante è quello relativo alle esportazioni, dove si registra un indebolimento delle attese da parte delle imprese.
Questo dato conferma che sono necessarie strategie capaci di rafforzare strutturalmente il nostro sistema produttivo, rendendolo in grado di competere con maggior forza sui mercati internazionali. Questo obiettivo si può raggiungere soltanto innalzando la produttività complessiva della Regione. Anche in Piemonte c’è un problema di competitività del sistema che deve essere affrontato.
I dati ci confermano che siamo in presenza di un forte aumento dell’occupazione, soprattutto femminile. Si tratta però di dati che vanno valutati con grande cautela. Alla crescita dell’occupazione hanno contribuito soprattutto le forme di lavoro atipiche e precarie. La qualità del lavoro è quindi il secondo problema che dobbiamo porre al centro della nostra attenzione.
La precarietà del lavoro trascina dietro di sé un problema più grande e poco dibattuto: il contributo che le nuove generazioni potranno dare alla crescita del Paese fino a quando manterranno un ruolo marginale nella produzione di reddito e nell’accumulazione di risparmio.
Dal punto di vista sociale, anche la nostra Regione è caratterizzata dal crescere delle disuguaglianze. Più che nel resto d’Italia assistiamo ad una forte polarizzazione della ricchezza, alla diffusione del precariato, al crescere di marginalità urbane.
Una società della disuguaglianza è ingiusta, ed è anche inefficiente. Condanna i più deboli, e non utilizza le risorse disponibili.
In questo quadro confermo le cinque idee-guida, che devono caratterizzare il profilo programmatico del Partito Democratico del Piemonte.
1- Il PD deve essere il partito dello sviluppo e della modernizzazione della nostra Regione. Vogliamo riprendere il dibattito intorno alle grandi linee del futuro del Piemonte ed al suo ruolo nazionale: confermare con scelte coerenti il ruolo del nostro territorio come area di collegamento tra il mediterraneo e le zone forti dello sviluppo europeo; proseguire nella caratterizzazione di un’area di eccellenza per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica.
Non si tratta di novità. Da tempo l’azione amministrativa della Regione e dei principali Enti Locali si muove secondo queste direttrici. Ci sono sul nostro territorio esperienze di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico di grande rilievo, che sono in grado di caratterizzare la Regione come una realtà innovativa e che trovano un importante sostegno nella legislazione regionale. C’è un fervore di trasformazioni territoriali che va assecondato e governato. Dobbiamo dare un forte segnale di continuità e di accelerazione.
Saremo misurati su alcuni temi emblematici. Uno di questi è il collegamento ad alta velocità tra Torino e Lione, che è ritornato di grande attualità proprio in questi giorni. Il Partito Democratico conferme la scelta politica favorevole alla TAV. Sottolinea il lavoro positivo svolto dall’Osservatorio, e conferma la necessità della prosecuzione della sua attività, affrontando senza indugio la discussione sul tracciato. E’ vicino ai suoi amministratori che in Valle Susa vivono un difficile rapporto con le preoccupazioni e le ansie delle popolazioni. E’ pronto ad aderire alla proposta del referendum, se la consultazione coinvolgerà effettivamente tutti i territori direttamente interessati alla realizzazione dell’opera.
La Torino-Lione è il segno di una più generale “questione delle infrastrutture”, che deve essere affrontata con un grande sforzo regionale e nazionale, a partire dalle opere più urgenti e strategiche (Asti-Cuneo, terzo valico, pedemontana) senza dimenticare le esigenze di infrastrutturazione “minore” su cui sono impegnate le amministrazioni provinciali.
2 – Il lavoro e l’impresa. Due scelte tra loro collegate. Una politica del lavoro moderna aumenta la competitività delle aziende, garantisce risorse umane di qualità, rende possibile un confronto con il mercato sempre più complesso. In questi giorni il Parlamento approva la legge di recepimento del cosiddetto “protocollo sul Welfare”, che contiene innovative norme sul lavoro. Ad esso si affiancano le norme contenute nella legge finanziaria che avviano una significativa riduzione fiscale per le imprese, una semplificazione degli adempimenti, una riduzione dei vincoli burocratici.
Cose importanti. Da integrare con politiche coerenti a livello locale, usando la leva di significative competenze, soprattutto regionali. Penso alle politiche per far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, a quelle della formazione, alle politiche dei servizi. Al ruolo che Regione ed Enti Locali possono svolgere per rafforzare il sistema dell’istruzione e della cultura.
Saluto positivamente, perché lo considero sotto questo aspetto “strutturale”, l’accordo raggiunto in Regione sulle politiche per il diritto allo studio e sul “buono scuola”. Mi dispiace che su questi temi siamo quasi condannati ad un braccio di ferro che contrappone culture anziché cercare soluzioni. La valorizzazione della sussidiarietà e di un ruolo “pubblico” di istituzioni non statali è un punto su cui il Partito Democratico può caratterizzare una sua posizione, che non vuole difendere degli interessi o tollerare della sacche di privilegio, ma ricercare nuove e moderne forme di azione.
3 – La recente approvazione del Piano socio-sanitario rappresenta un risultato significativo, dopo molti anni di assenza di un documento di programmazione. Ora si tratta di realizzare gli obiettivi indicati, ben sapendo che la sanità rappresenta l’80% del bilancio regionale e che siamo di fronte a una domanda di salute che cresce inevitabilmente, specie a fronte dell’innalzamento della vita media, dei progressi della medicina e delle attese di “vita buona”.
La razionalizzazione dei servizi socio-sanitari va perseguito senza tagli ai servizi, anzi potenziandoli. Nuove risorse saranno liberate dall’accorpamento delle Aziende sanitarie, dalla centralizzazione degli acquisti (attraverso le aree di coordinamento sovrazonale, CSI e SCR), dalla diffusione di protocolli terapeutici, da un coordinamento interaziendale che eviti duplicazioni, dalla diffusione di sistemi di accreditamento che assicurino davvero un mercato sociale regolato, dal superamento strutturale dei presidi territoriali e ospedalieri obsoleti, dalla valorizzazione dei lavoratori, anche prevedendo un loro impiego più appropriato. Potremo in questo modo, parallelamente, sviluppare gli assi strategici più importanti: diffondere stili di vita corretti; costruire condizioni di contesto (sul lavoro, in casa, sulle strade) sicure e salubri; sviluppare la medicina di territorio e di comunità, valorizzando l’attività di distretto; ridare centralità ai medici di famiglia, da impegnare (quando possibile e opportuno) in associazione ed entro gruppi di cure primarie; migliorare le cure ospedaliere, anche attraverso la realizzazione dell’ambizioso piano di edilizia sanitario recentemente varato, di cui sono parte le previste Città della salute di Torino e Novara.
Ritengo cruciale poi migliorare i servizi alle famiglie, che vanno supportate perché possano pienamente assicurare il loro ruolo educativo e di reciprocità. Mi riferisco in particolar modo all’esigenza di assicurare servizi all’infanzia: oggi in Piemonte solo una parte minoritaria dei genitori può contare su nidi o altre forme di assistenza ed educazione alla prima infanzia! Penso inoltre ai servizi per anziani (la domiciliarità è ancora troppo limitata!), per le persone disabili (centri diurni, servizi residenziali per il “dopo di noi” dei genitori), per i bambini e gli adolescenti in difficoltà o comunque trascurati da genitori e parenti. E penso a Centri per le famiglie dedicati invece alla “normalità”, a cui rivolgersi per scambiarsi idee ed esperienze, fare festa con i bambini, avere suggerimenti per come crescere i piccoli, su come superare eventuali difficoltà di relazione tra i coniugi, i parenti, i figli.
La “casa per tutti” è un’altra grande sfida lanciata dall’Amministrazione regionale, con il Piano di costruzione o ristrutturazione di diecimila nuovi alloggi da destinare, anche con modalità innovative e non segreganti, all’edilizia residenziale pubblica.
Gli amministratori che militano nel Partito democratico sanno bene, inoltre, che il nostro welfare comunitario e municipale comporta anche un forte impegno all’integrazione delle persone immigrate. Integrazione, e non omologazione, perché la convivenza pacifica di popoli diversi non si realizza con un generico buonismo, né con l’affermazione della forza, bensì con salde e precise regole di convivenza civile, con servizi per tutti ma anche mirati, con il riconoscimento del valore delle differenze.
4 – Il PD deve mettere al centro della sua attenzione i problemi della sicurezza. Tutte le ricerche condotte sul tema confermano che si tratta di una questione particolarmente sentita dai cittadini, in particolare al Nord. Secondo l’IRES la criminalità e la sicurezza sono la prima preoccupazione per il 56% di cittadini.
Assistiamo da un po’ di tempo ad iniziative di Sindaci (i cosiddetti “Sindaci del Nord-Est”) che, utilizzando in modo disinvolto i poteri di ordinanza, fanno a gara ad inventare provvedimenti spettacolari, di dubbia validità giuridica, contro gli stranieri. Iniziative che costruiscono un’equazione sbagliata (criminalità = immigrazione), e che tuttavia rispondono alle ansie ed alle paure di molti cittadini, soprattutto appartenenti ai ceti più deboli.
La politica di rigore, che colpisce con severità i fenomeni di criminalità, non è un tema che appartiene alla destra. Per noi è ricostruire rigorosamente la trama delle competenze, chiedendo allo Stato di assumere le proprie responsabilità e promuovendo il riconoscimento concreto di poteri ai Sindaci, come prevede il “pacchetto sicurezza” all’esame del Parlamento. Presidio del territorio (quante lamentele in provincia per la riduzione degli orari delle caserme dei Carabinieri), coordinamento tra i corpi della Polizia della Stato e le Polizie Municipali, strumenti più efficaci per controllare attività marginali sono le linee di una iniziativa concreta, che rifugge dai sensazionalismi e punta sui risultati concreti. Può aiutare la legge regionale sulla sicurezza, accanto ad una rapida approvazione dei provvedimenti nazionali in cantiere. Senza dimenticare che questi interventi vanno legati ad un rinnovato impegno nelle politiche di inclusione sociale e di contrasto alla marginalità.
5 – Il Partito Democratico del Piemonte sarà rigoroso nel rivendicare per la Regione il completamento delle competenze, nella logica della costruzione di uno Stato veramente federale. Allo stesso modo e con la stessa forza intende affrontare il nodo del rapporto con le diffuse autonomie comunali del nostro territorio.
Il sistema delle amministrazioni locali è una delle grandi ricchezze della nostra Regione, e ad esso attribuiamo un rilievo primario per l’autogoverno locale e per la fornitura di servizi ai cittadini. Il PD vuole essere il difensore dei piccoli comuni, rifiuta una logica che lega l’efficienza alla dimensione. Non rinuncia naturalmente ad indicare obiettivi di riduzione della spesa e di miglioramento delle prestazioni, individuando nell’efficienza del sistema la sfida da affrontare. In questa direzione il Consiglio regionale ha operato concretamente, con l’approvazione della legge sui piccoli comuni. Ed è interessante il modello proposto dalla Giunta con il protocollo d’intesa sulle poste.
Su questi temi convocheremo presto una grande Conferenza degli amministratori locali del Partito democratico.
Il tempo trascorso dopo il 14 ottobre, che può essere considerata come la data di nascita del Partito Democratico, ha dimostrato come questa scelta di dare vita al nuovo partito (sancita dai Congressi dei Democratici di Sinistra e della Margherita) si sia rivelata una scelta capace di rimettere in moto la politica italiana poiché ha indotto anche i partiti che stanno alla nostra sinistra a porsi il problema del superamento della loro frammentazione. Ma soprattutto ha mandato in crisi gli equilibri del centro-destra da cui non è venuta la “spallata” al governo, quanto piuttosto un ulteriore logoramento di quell’alleanza.
Sono convinto che queste ripercussioni sulla politica italiana, seguite alla nascita del Partito Democratico, possano risultare positive se consentiranno innanzitutto una riaggregazione delle forze per aree culturali e politiche affini, superando così quell’eccessiva frammentazione che si è registrata negli ultimi 15 anni.
In questa prospettiva di riorganizzazione del sistema politico per favorire un più autentico pluralismo ed una maggiore capacità di rappresentanza, il nostro Partito gioca un ruolo fondamentale. Qui, infatti si incontrano alcune tra le più importanti culture politiche democratiche del Paese.
Queste potranno dare il loro meglio se sapranno interagire tra loro e misurarsi con i nuovi problemi della nostra epoca, che non sono più quelli della seconda metà del XX secolo, e che tuttavia richiedono una capacità di progettazione politica non improvvisata, ma ben consapevole dei rivolgimenti della storia e dei disegni che in essa si confrontano.
Credo che non dobbiamo mai dimenticare che il Partito Democratico si fonda su questa difficile sintesi tra passato e presente, e saprà essere tanto più “nuovo” quanto più saprà attingere dalle sue “radici” la linfa per governare i più complessi processi del presente.
Ecco quindi che, in questa luce, il dibattito sulla forma organizzativa che dovrà assumere il partito, mi pare niente affatto secondario.
Dico subito che considero decisamente positiva la ricerca di nuove forme di partecipazione in grado di coinvolgere maggiormente tutti coloro che si sentono a noi vicini, che sono impegnati nelle varie organizzazioni della società civile, e il vasto popolo dei nostri elettori.
Credo che la domanda che ci dobbiamo porre non sia se continuare l’esperienza delle primarie o di altri grandi momenti di consultazione popolare; ma piuttosto se tali momenti pur utili ed innovativi, siano da soli sufficienti a caratterizzare un moderno partito a vocazione “popolare” o “maggioritaria” come il nostro.
Penso proprio che nessuno fra noi sia affascinato da un modello di gestione plebiscitario, nel quale il corpo del partito e dei suoi elettori viene interpellato solamente per ratificare le scelte e le candidature decise dal leader di turno.
Il problema principale per un partito come il nostro, che aspira a divenire la principale forza politica del Paese, credo non possa che essere quello di trovare i modi per “incanalare” nel partito le istanze politiche più diffuse e popolari e nel contempo per riconoscere la grande varietà di “sensibilità” e di culture presenti al suo interno. Per fare ciò non è sufficiente un impegno estemporaneo e saltuario, ma occorre in qualche modo definire una base certa di “iscritti”. Questa rimane la via maestra che consente l’esercizio di una effettiva democrazia interna che ha il suo momento più alto e significativo nella celebrazione, ad ogni livello, dei congressi. Essi consentono la selezione dei gruppi dirigenti dal basso e rappresentano un efficace antidoto ad ogni tentazione centralistica. Sappiamo bene che anche questo modello nella pratica non è immune da rischi e da possibili degenerazioni, ma forse rimane quello meno inadatto a consentire la vita democratica innanzitutto all’interno del nostro partito. Questo è ciò che più serve in questa fase iniziale, che al termine della fase costituente dovrà logicamente concludersi con l’apertura delle adesioni e la celebrazione dei congressi.
Se sapremo accogliere elementi di novità insieme ad un collaudato modello di partecipazione democratica potremo veramente costruire insieme un nuovo modello di partito e non l’imitazione di altri modelli che si sono rivelati incapaci di garantire una effettiva partecipazione e che appartengono ad una fase caratterizzata da una eccessiva personalizzazione della politica, ormai giunta al capolinea e non più capace di suscitare l’interesse degli elettori.
Anche il dibattito sulla riforma della legge elettorale credo vada innanzitutto interpretato secondo l’esigenza di coinvolgere maggiormente il corpo elettorale, restituendo ai cittadini come prevedono gli articoli 56 e 58 della Costituzione, il potere di scelta dei propri rappresentanti al parlamento e dunque eliminando le liste bloccate. L’iniziativa referendaria può fungere da stimolo per riconsegnare l’iniziativa nelle mani del parlamento, anche perché il modello che uscirebbe dal referendum conserverebbe molti dei limiti dell’attuale legge elettorale.
Credo che in questo parlamento si possa trovare un consenso più ampio di quello della sola maggioranza per una nuova legge elettorale. In tal senso è da valutarsi positivamente l’iniziativa assunta nei giorni scorsi dal segretario Veltroni, come anche il riconoscimento da parte di settori crescenti dell’opinione pubblica dei limiti su cui si è retto il sistema bipolare in questi ultimi 15 anni. Questo non per sminuirne i meriti ma per sottolineare che ciascun sistema elettorale ha i suoi pregi e i suoi limiti e che nessuno può sostituirsi al progetto politico che rimane l’elemento sul quale le coalizioni si uniscono o si infrangono. In questo senso credo che si possa affermare non solo che è necessario preservare il bipolarismo, ma anzi, che il bipolarismo va rafforzato innanzitutto con progetti politici maggiormente definiti ed alternativi. Proprio per perseguire questo fine può essere opportuno considerare ciò che invece contribuisce a rendere il bipolarismo forzoso ed artificiale, e che è stato ben evidenziato in queste settimane dalla segreteria Veltroni. Probabilmente i consensi trasversali che si registrano oggi in parlamento sul modello elettorale proporzionale (guardando ai sistemi tedesco e spagnolo) riflettono questa preoccupazione di riaffermare il primato del progetto di governo sulle semplici geometrie politiche, per fare in modo che i partiti non siano costretti a stare insieme per impossibilità di alternative, ma per scelta e per affinità politica e programmatica. Questo mi pare il punto centrale, che può essere garantito da diversi sistemi elettorali, unitamente alla eliminazione delle liste bloccate, e forse anche del premio di maggioranza, il quale, come fanno osservare alcuni tra i massimi esperti di leggi elettorali, è adottato in Europa solo nel nostro Paese, e rappresenta un correttivo forse troppo netto del voto democratico.
Il miglior sistema elettorale auspicabile creso sia quello in grado di rappresentare la giusta mediazione tra le esigenze di una ampia rappresentanza e quelle di una stabilità di governo fondata su maggioranze più coese, senza tuttavia escludere a priori nessuno dall’area di governo. In questo senso, permettetemi di osservare che non è affatto detto che il modello tedesco, sia quello più capace di “addomesticare” o di “tagliare” le ali estreme e di favorire un governo di centro. Lo dimostra l’esperienza tedesca che, a parte l’attuale parentesi della Große Koalition, permette il bipolarismo, l’alternanza, di fatto anche la scelta del Cancelliere, e non emargina le forze come la formazione di estrema sinistra Die Linke che supera ampiamente la soglia di sbarramento del 5%. E che, inoltre si coniuga benissimo con un sistema di governo parlamentare, il cancellierato, reso più stabile dalla “sfiducia costruttiva”. Un tale sistema, se venisse adottato in Italia darebbe un taglio definitivo alle tentazioni presidenzialiste o di elezione diretta del premier, che rispuntano trasversalmente e che sono già state bocciate dal voto popolare del referendum del 2006 (l’unico referendum che negli ultimi dieci anni abbia visto partecipare più del 50% degli elettori) che ha respinto il progetto di riforma costituzionale del centro-destra.
Non vedo come un sistema proporzionale con sbarramento al 5% per ridurre il numero dei partiti, comporti automaticamente la necessità di un cambio d’alleanza. Saranno gli elettori, semmai, a stabilire quale tipo di alleanza intendono “coniare”: un’alleanza più aperta a sinistra o più protesa verso il centro. Nel bene o nel male il rapporto che lega le forze che hanno dato vita al Partito Democratico con quelle della cosiddetta “sinistra radicale”, cioè l’attuale coalizione di centro-sinistra, dura da più di un decennio. La prosecuzione di questa alleanza non può aver nulla da temere da un siffatto sistema elettorale, ma deve temere molto di più le posizioni radicali, gli arroccamenti, che a volte rispuntano, tanto nella politica nazionale che in quella piemontese; mentre potrebbe trarne molto giovamento la capacità di rappresentanza dell’intero sistema politico.
Dobbiamo però anche dirci i rischi che sono insiti nella fase politica che si è aperta: nel suo complesso, questa nuova fase politica appare ancora circondata da un considerevole margine di ambiguità. Tanto la riorganizzazione del sistema dei partiti, quanto la riforma elettorale sono aperte a esiti diversi, non tutti in grado di ridare credibilità nel suo insieme al sistema politico. Inoltre, l’attuale dibattito sconta una preoccupante disattenzione dalle emergenze del momento (l’impoverimento dei ceti medi e popolari, la difficoltà delle imprese ad affrontare la competizione dei mercati, l’ansia per la riduzione dei posti di lavoro in seguito ai processi di delocalizzazione, le incertezze di fronte ad una crisi finanziaria internazionale che nel 2008 percepiremo con maggiore durezza, ecc.).
In un tale quadro non si può non rilevare che qualcosa di solido, anche se apparentemente traballante, c’è ed è il governo che Prodi guida da quasi due anni con pazienza, tenacia, equilibrio, forza e lungimiranza. Capace di una finanziaria (molto più di quella dello scorso anno) che dà dei segnali concreti sui problemi sociali come la casa e il lavoro, e per le fasce più deboli della popolazione, e conferma gli impegni assunti verso il mondo delle imprese. Capace, lontano dai riflettori della politica spettacolo, di esercitare un ruolo importante nella politica europea e di promuovere gli interessi dell’Italia sui mercati internazionali e di impegnare il nostro Paese in politiche di pace e di cooperazione. Un lavoro che forse non è immediatamente tangibile anche per i poteri assai limitati di cui dispone oggi la politica. Ma i cittadini dimostrano sempre più di saper distinguere l’immagine dalla sostanza.
Infine, credo non debba calare l’attenzione sul fatto che la politica non si esaurisce nell’attività di governo. In questo senso, oggi più che mai serve un impegno popolare per una progettazione politica che parta dalla base, dai comuni cittadini e che non sia solo la sacrosanta rivendicazione dei bisogni immediati ma coltivi l’ambizione di rivisitare secondo un punto di vista democratico e popolare i fondamenti della democrazia. Per questi obiettivi credo abbiamo fatto il Partito Democratico!
Siamo nati il 14 ottobre, con una partecipazione popolare ampia e per certi versi inattesa.
È passato poco tempo, ma l’Assemblea di oggi costituisce la prima occasione per un bilancio del lavoro fatto.
I problemi non mancano. Fatichiamo a superare la logica DS/Margherita. Fatica ad emergere un pensiero politico nuovo, e ciascuno di noi tende a ragionare in continuità con gli schemi precedenti. Ci sono alcuni temi su cui siamo fragili, come ha dimostrato l’episodio recente che ha coinvolto la senatrice Binetti.
Queste difficoltà ci insegnano che dobbiamo rapidamente concludere la stagione degli assetti e dei numeri, per passare all’iniziativa ed alla elaborazione politica.
Abbiamo fatto un primo tratto di strada, insediando il 10 novembre l’Assemblea regionale, che oggi si riunisce per la seconda volta, ed eleggendo i coordinatori provinciali. L’Ufficio Politico regionale ha iniziato la sua attività. È stata individuata la sede provvisoria del PD, e si sono avviate le ricerche per la sede definitiva.
Nell’Assemblea di oggi procediamo alla nomina della Direzione regionale e delle Commissioni per lo Statuto del PD del Piemonte, il Programma del Partito e il Codice etico. Saranno una sede di elaborazione autonoma, e costituiranno l’interfaccia delle commissioni nazionali.
L’Ufficio Politico e la Segreteria hanno definito un elenco di 20 Forum tematici permanenti, che tutti voi avete potuto vedere in allegato alla lettera di convocazione, e su cui avete indicato preferenze e disponibilità per la partecipazione.
Attribuisco ai Forum un ruolo centrale nella vita del PD Piemontese. Saranno il luogo in cui coinvolgeremo le competenze della società civile, dialogheremo con i mondi dell’economia e con le rappresentanze degli interessi, metteremo a fuoco i contributi per l’elaborazione programmatica del partito. Costituiranno lo strumento privilegiato di coinvolgimento dei non iscritti. Nei prossimi giorni annunceremo i coordinatori, che stiamo scegliendo proprio in quest’ottica: mi aspetto da loro disponibilità di lavoro e una forte iniziativa di costruzione di dibattito e di rapporti.
Il “forum tematico” è uno strumento flessibile: dalle proposte che voi stessi avete avanzato emerge la necessità di integrare l’elenco dei forum permanenti, e di prevedere forum su specifiche questioni, anche di durata limitata. Andremo in questa direzione. Intendo affidare ai Vice Segretari il compito prevalente di coordinamento e sollecitazione dell’attività dei Forum.
Con la decisione della Segreteria nazionale di dare vita ai Circoli di base del Partito Democratico si completa il processo organizzativo provvisorio del PD, in attesa delle definitive decisioni statutarie che consentano la celebrazione del Congresso. Dedicheremo a questo importante lavoro il mese di gennaio.
I segretari provinciali, che incontro lunedì insieme all’Ufficio Politico, dovranno definire le articolazioni territoriali dei Circoli di base. Penso che i circoli debbano essere comunali nelle realtà più grandi, e circoscrizionali nella città di Torino. Tuttavia la particolare realtà piemontese, fatta di tanti piccoli comuni, suggerisce di prendere in considerazione il modello dei circoli intercomunali, individuati sulla base della omogeneità territoriale, o dei riferimenti istituzionali (ad es. le Comunità Montane), o della gravitazione socio-economica. Naturalmente si tratta di scelte che potranno con il tempo essere modificate, sulla base dell’esperienza.
Per la costituzione dei Circoli convocheremo tutti i partecipanti alle elezioni primarie del 14 ottobre. Sarà già questa una iniziativa politica significativa, perché ribadiremo che la base della legittimazione democratica del Partito e dei suoi organi è costituita dai cittadini elettori. Ma non saranno nuove primarie. Stabiliremmo un confronto improprio. Saranno invece la naturale selezione, nella più vasta platea delle primarie, di coloro che sono interessati ad un rapporto più stretto con il Partito, a costituirne in qualche modo la base permanente. Una sorta di preadesione al PD, che a mio avviso è il presupposto per il suo radicamento nel territorio e nella società. Un partito che si caratterizza quindi fin da subito per la sua natura associativa, e che vede nel ruolo degli aderenti la condizione della sua specificità democratica.
Entro Natale stabiliremo le regole da seguire per le operazioni di voto, che dovranno consentirci di eleggere in ogni comune o gruppi di comuni un segretario ed un Comitato di coordinamento. In questa fase i circoli saranno esclusivamente circoli territoriali, e l’adesione sarà legata alla residenza anagrafica.
La partecipazione alle Assemblee comunali o intercomunali saranno il titolo per ricevere l’attestato di “Fondatore” del Partito Democratico, che sarà stampato a cura della Segreteria regionale. Concordo con le indicazioni, emerse da più parti, di fare delle Assemblee comunali una occasione di capillare iniziativa politica, dandone pubblicità e curando che si tratti di un evento pubblico ed aperto. Per questo dovremo studiare modalità che consentano la partecipazione e l’esercizio del voto anche a coloro che non hanno partecipato alle primarie del 14 ottobre.
Ho detto che le regole per il voto saranno stabilite entro Natale, secondo le modalità che ci siamo dati nella precedente Assemblea. Lavorerà l’apposita commissione, insieme con i segretari provinciali. Sento il bisogno di richiamare la necessità che le regole siano semplici, in grado di consentire un confronto delle posizioni interne e la pluralità della rappresentanza, di individuare con chiarezza scelte eventualmente alternative. A gennaio provvederemo anche all’integrazione delle Assemblee provinciali. Anche questo tema sarà oggetto del lavoro dell’apposita commissione, e della discussione dei segretari provinciali.
Sono in conclusione. Mi resta soltanto un ultimo argomento. Il PD è un partito a vocazione maggioritaria, ma non rinuncia ad un sistema di alleanze basato sulle convergenze programmatiche e su un progetto politico condiviso. Non rinuncia a costruire una coalizione, quella di centro sinistra, che sappia assumere un profilo di rappresentanza degli interessi generali e fare sintesi tra posizioni diverse. Abbiamo molti esempi positivi. Confermano che questa strada è praticabile. Tuttavia non possiamo ignorare le tensioni e i problemi che in molte realtà locali rendono instabile l’azione di governo, e proiettano all’esterno un’immagine di litigiosità e di contrapposizione.
Ritornare al programma è l’unico modo per cambiare rotta. Siamo contrari a rinegoziare i contenuti del patto che abbiamo stipulato tra di noi e con gli elettori. Dobbiamo semplicemente attuarli. Siamo pronti a discutere le modalità, ma non possiamo accettare un cambiamento degli obiettivi.
I processi di avvicinamento tra le forze della sinistra, e la prospettiva di una loro rappresentanza unitaria nelle istituzioni, ci aiutano ad affrontare questo problema. Penso che lo dovremo fare in una sede “solenne”. Intendo proporre ai nostri partner di organizzare nel nuovo anno una sorta di “Conferenza” del centro sinistra piemontese (potremmo chiamarla anche noi gli “Stati Generali” della coalizione) per fare il punto sui risultati raggiunti e guardare alla scadenze importanti che ci attendono in un futuro non lontano. Qualcosa di più delle tradizionali riunioni di maggioranza. Una sede capace di fare chiarezza sui problemi, di invertire le tendenze centrifughe e cancellare le ruggini sottili che si stanno estendendo nella coalizione. Potrà essere anche la sede in cui affrontare i problemi dell’allargamento della maggioranza, che va perseguito sottraendolo alle logiche della casualità e trasformandolo in una operazione politica di respiro più ampio, che guardi alle prossime elezioni regionali ed alla necessità di affrontare il centro destra nelle aree in cui è più forte, e cioè le province del Piemonte 2.
Sono passati due mesi dalle elezioni primarie.
L’attesa nei nostri confronti non è ancora venuta meno, ma qualche stanchezza rischia di affacciarsi.
Dopo i primi adempimenti organizzativi è venuto il tempo della politica, della capacità di affrontare i problemi concreti delle persone e delle comunità. La ragione per cui il Partito Democratico è nato.





