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Sanità (2008-2009)

Il diritto alla salute non è privatizzabile

di Mario LOMBARDO, Coordinatore regionale forum Sanità (:: scarica il contributo in pdf)
Cari amici,
caso mai avessimo ancora avuto qualche dubbio, l’annuncio in questi giorni di un progetto di privatizzazione degli ospedali conferma pienamente la volontà del governo di trasferire al privato funzioni centrali del SSN, prefigurando così la sorte che potrà avere l’articolo 32 della nostra Costituzione (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”).

Infatti, potrebbe realizzarsi un drastico ridimensionamento del nostro “Stato sociale”, e di conseguenza del nostro Sistema Sanitario. Dal 1978, con la legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, il legislatore ha attribuito allo Stato la competenza necessaria a garantire la tutela della salute dei cittadini. Con il Piano sanitario nazionale si definiscono gli obiettivi e le azioni strumentali del Servizio Sanitario e attraverso la definizione dei livelli di assistenza, la universalità e uniformità delle cure per consentire a tutti i cittadini uguali diritti di accesso.

Si può davvero credere che la ricetta per ridurre gli oneri della presenza dello Stato, nei molti aspetti della nostra vita individuale e collettiva, sia la privatizzazione dei servizi?
Di fatto, le conseguenze delle liberalizzazioni degli anni del governo Tatcher sono sotto gli occhi di tutti. Un solido ed efficace sistema di tutela sociale venne gravemente minato dalla contrazione  degli investimenti, e dalla liberalizzazione del sistema. Si riteneva di poter rivitalizzare l’economia nazionale mediante una politica di detassazione rivolta ad incrementare le risorse per gli investimenti.
I risultati, però, furono ben diversi: si generò una crisi di disponibilità economica nell’area dei servizi sociali e sanitari tale da inficiare gli alti livelli di tutela offerti in precedenza dallo Stato ai propri cittadini. Con il depauperamento del sistema sanitario pubblico vennero a mancare persino le vocazioni  professionali. Ricordiamo bene le campagne internazionali lanciate dal NHS per il reclutamento di medici di altri paesi!

Sgravare il cittadino dalla fiscalità diretta non può essere un mezzo per il risanamento dei conti dello stato; se abbandoniamo le conquiste del nostro impianto costituzionale non saneremo i bilanci, ma esporremo le fasce più deboli del nostro paese a una povertà ancor più odiosa.

La manovra di detassazione della casa (ICI), tanto vantata dal nuovo governo potrà aver ”appagato”, nell’immediato, il contribuente, ma ha ridimensionato drasticamente una delle principali risorse finanziarie dei Comuni. Come conseguenza immediata, vi è quindi, anche il depotenziamento della capacità delle municipalità di fornire servizi fondamentali alle famiglie. E le famiglie, molto spesso, hanno sulle loro spalle il carico di un congiunto anziano non autosufficiente, necessitante di assistenza di lungo periodo, che va sostenuto da una progettualità sociale integrata con le funzioni sanitarie domiciliari.

E’ necessario, invece, ridurre l’onerosità del sistema agendo sulle dinamiche dei processi della spesa. Agire per incrementare l’efficienza del servizio sanitario, garantire l’appropriatezza della scelta terapeutica, implementare la consistenza della risposta della medicina territoriale è quanto occorre per evitare l’arretramento e il concreto rischio di ritornare a dover ricostruire la filiera dei percorsi di tutela nel volgere di pochi anni.
Nel caso della salute non vale assolutamente la regola dell’offerta quale conseguenza della domanda, ma è esattamente il contrario: è l’offerta a determinare la domanda:
è concreto il fenomeno del “consumismo sanitario” indotto da un discutibile sistema di informazione.e di risposte ai bisogni
Anche su questo piano occorre concentrare l’attenzione sull appropritezza delle prestazioni e dei processi organizzativi per modificare la curva dei costi del Sistema Sanità.

L’invecchiamento della popolazione ha reso comunque stabile un bisogno continuo di cure e servizi che si collocano nell’area sociale e sanitaria. La cronicizzazione della patologia nell’età avanzata chiama in campo uno spettro di cure sempre più ampio. La risposta ai bisogni coinvolge i settori della farmacologia, della tecnologia diagnostica, della telemedicina oltre che i settori più avanzati delle biotecnologie. Ma tale dispiegamento di innovazioni richiede luoghi e forme di erogazione più efficienti e professionalizzati.
La formazione deve essere continua poiché gli scenari si evolvono rapidissimamente, pertanto l’entità di risorse in gioco è facilmente intuibile. Ecco le ragioni di un sistema di tutela di cui lo Stato si deve rendere garante, assumendo direttamente le prerogative del governo delle politiche della salute.

Come mantenere allora un corretto rapporto fra risorse disponibili e consumo sanitario?

Tre principi vanno assolutamente rispettati
1) la responsabilità diretta dello Stato sul sistema salute è irrinunciabile in quanto garanzia della piena applicazione dell’articolo 32 della Costituzione sulla universalità del diritto alla salute;
2) concretizzare il principio dell’efficienza ed efficacia delle azioni attraverso il controllo della qualità dei processi, definendo con chiarezza le modalità e responsabilità organizzative;
3) misurare gli esiti dei percorsi terapeutici con rigore metodologico e garantire la trasparenza dell’accessibilità dell’informazione.

Occorre anche rafforzare l’attitudine delle istituzioni territoriali (Comuni, Province, Regione) a declinare la politica per la salute in tutti gli ambiti del nostro ambiente di vita (lavoro, casa, trasporti, scuola). Non si intravedono quindi le ragioni per smontare un sistema sociale e sanitario che negli ultimi 50 anni ha reso al nostro Paese un SSN fra i più qualificati, in grado di garantire una aspettativa di vita fra le più alte del mondo.

Ricordiamo che il nostro sistema di regole (L.833/1978,DL502/1992 e 517/1993, DL 229/1999) accoglie già ampiamente il principio dell’integrazione pubblico-privato garantendo, mediante l’accreditamento regionale ed il sistema dei contratti con le Aziende sanitarie, un ruolo paritario e integrato del privato nella rete dei servizi rivolti alla cura.
Dovremmo anzi porre maggiore attenzione alle potenzialità di crescita che le sperimentazioni gestionali possono offrire alle Regioni, mediante progetti di integrazione tra pubblico e privato su temi specifici e monitorizzati nel tempo rispetto agli esiti. Su tale materia occorre consolidare l’esperienza sia nella forma societaria che consortile, oppure mediante fondazioni da realizzarsi per progetti di grande rilievo economico e alto contenuto innovativo.
Si pensi in particolare ai vantaggi di una moderna rete informatica per gestire efficacemente il patrimonio di informazioni appartenenti al cittadino e alla comunità medica, dove le risorse da mettere in campo vanno oltre le attuali capacità del sistema pubblico.

Altro titolo urgente da affrontare riguarda la riqualificazione strutturale dei vecchi ospedali, i cui costi di mantenimento superano spesso il valore di un rateo per la realizzazione di una nuova struttura. Dovremmo puntare, in alcuni casi, a realizzare nuovi centri qualificati per accogliere e integrare l’ambito della cura, della formazione universitaria e della ricerca applicata, correlate al mondo economico e produttivo.

Proprio su questi temi occorre ricercare un nuovo piano di rilancio del servizio sanitario nazionale.

Abbiamo bisogno di investimenti e regole adeguate che favoriscano l’ingresso delle imprese e non di ambigue prefigurazioni di scenari privatistici, inaccoglibili da forze la cui connotazione politica e sociale difende e ribadisce con ferma chiarezza l’universalità del diritto alla salute.

Discutiamo quindi di integrazione dell’offerta privata all’interno del Sistema sanitario, confrontandoci correttamente sulla necessità di reperire nuove risorse.