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Sanità (2008-2009)

Ritorno al futuro: Infermiere di Famiglia e di Comunità

Contributo a cura di Walter PELLEGRINI*, Pasquale GIULIANO**, Ginetto MORELLO**
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Premessa: gli sviluppi  della formazione post base dell’infermiere
Già dal suo sorgere la formazione infermieristica prevedeva percorsi di formazione successivi a quello di base: il R.D. n°1265 del 1925 istituiva, oltre che le scuole per “infermiere professionali”, anche i corsi per “Abilitazione a Funzioni Direttive” e “Assistenti Sanitarie Visitatrici”.

Con l’evolversi scientifico e tecnologico e a fronte di una situazione alquanto eterogenea e scoordinata di iniziative formative locali che si era nel tempo determinata, il legislatore nel 1940 emanò la legge n°1098 nella quale si dava facoltà al Ministero della Sanità, di concerto con quello della Pubblica Istruzione, di autorizzare corsi di specializzazione nei vari settori dell’ assistenza infermieristica e medico-sociale.

 

Nel 1974 la revisione delle mansioni attribuite all’infermiere professionale (d.p.r. n° 225/1974) influenzò indirettamente anche la formazione post base; infatti determinò ulteriori altri ambiti nei quali sviluppare percorsi di formazione specifica (anestesia e rianimazione, ecc..). Creò, però, un elemento di criticità organizzativa e professionale ponendo gli infermieri specializzati alle dirette dipendenze del medico.

 

Con il trasferimento di parte delle competenze sulla formazione professionale dallo stato alle regioni, avvenuta nella seconda metà degli anni 70, il compito di concedere l’autorizzazione all’attivazione dei corsi di specializzazione passò alle amministrazioni regionali; questo contribuì a generare numerose iniziative formative alquanto differenti tra loro per tipologia, durata ed organizzazione.

 

In questo periodo nacquero anche nuove associazioni professionali di infermieri specializzati che si ponevano, tra gli altri, l’obiettivo di promuovere iniziative di studio, approfondimento e confronto su argomenti riguardanti specifici settori dell’agire professionale, colmando spesso il vuoto lasciato dalla sospensione della formazione specialistica istituzionale che nel frattempo si determinò.

 

Si inserì in questo contesto un intervento del Comitato dei Ministri degli Stati Membri del Consiglio d’Europa che con la specifica raccomandazione n° R (83) 5 emanata il 26 maggio 1983 volle armonizzare la  formazione complementare degli infermieri  all’interno dell’Unione Europea definendo i percorsi formativi  nell’area clinica (infermiera di comunità, infermiera igienista, infermiera di salute mentale, infermiera pediatrica e di infermiera medico-chirurgica) nell’insegnamento, nella gestione e amministrazione dell’assistenza.

 

In Italia tale direttiva europea non venne subito recepita, anche se il profilo professionale (DM 739/94) introdusse la possibilità di riorganizzare la formazione post base in cinque aree (sanità pubblica, geriatria, pediatria, salute mentale, area critica). Ciò è da porre in relazione al fatto che, negli anni ’90, la formazione delle professioni sanitarie iniziò un processo di trasformazione che si rivelò lungo e che trovò il suo compimento con il Decreto del Ministero dell’ Università n° 509 del 3/11/1999 che detta disposizioni concernenti i criteri generali per l’ordinamento degli studi universitari ed affida alle singole università il  compito di disciplinare gli ordinamenti  didattici dei propri corsi di studio. (

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(W. Pellegrini:

Infermiere Magistrale e Counsellor. Coordinatore, Docente e Tutor Corso di Laurea Infermieristica e Master in Infermieristica di Famiglia e di Comunità – Università di Torino, sede ASO San Luigi

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(P. Giuliano:

Infermiere Abilitato a Funzioni Direttive, Distretto 3 ASL 5 e Tutor del Corso di Laurea Infermieristica e Master in Infermieristica di Famiglia e di Comunità – Università di Torino, sede ASO San Luigi

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(G. Morello:

Infermiere Magistrale Coordinatore e Docente Corso di Laurea Infermieristica e Master in Infermieristica di Famiglia e di Comunità – Università di Torino, sede ASO San Luigi

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