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Documenti Pd Piemonte

Assemblea Regionale PD – relazione Morgando

Riportiamo di seguito la relazione del Segretario Regionale Gianfranco Morgando illustrata alla prima Assemblea Regionale del PD convocata lo scorso 15 novembre 2009.

Care democratiche, cari democratici,

Il nostro Congresso, che si conclude formalmente oggi, ha dimostrato che il partito democratico è una realtà. 320 assemblee di circolo, più di 13.000 partecipanti al dibattito ed alle votazioni interne, 160.000 elettori alle primarie del 25 di ottobre sono le cifre da cui partiamo per consolidare la nostra esperienza in Piemonte.

Non dobbiamo essere indulgenti con noi stessi, e dobbiamo guardare in faccia la realtà dei nostri limiti e degli errori che commettiamo. La strada da fare è ancora lunga, tuttavia abbiamo delle fondamenta per costruire l’edificio ambizioso che abbiamo in mente. Un edificio capace di resistere alle temperie di una fase politica difficile, e di essere un punto di riferimento nel panorama del futuro. Il partito del secolo, non di una contingenza di breve durata.

Una prospettiva così impegnativa ha bisogno di pazienza, di forza e di generosità. La pazienza del confronto tra le posizioni e della faticosa maturazione di sintesi comuni. La forza delle idee che ragionano sul tempo lungo. La generosità del reciproco riconoscimento di coerenza e di buona fede. Non ho trovato pazienza, forza e generosità negli amici che in questi giorni hanno lasciato il PD. Rispetto ovviamente la loro scelta, e non faccio fatica e riconoscere che il loro abbandono ci richiama ad un problema politico non risolto, quello della pluralità del partito e della sua novità politica e culturale che è una delle sfide più importanti della nuova segreteria. Tuttavia mi pare  che ci troviamo di fronte ad una premeditazione o ad una rinuncia. Non è accettabile la liquidazione preconcetta del partito che è uscito dal congresso come continuità della sinistra italiana, soprattutto se queste tesi sono espresse da chi ha attivamente contribuito a sostenere la mozione Bersani. E sono convinto che i problemi si affrontano con un dibattito aperto, con il lavoro comune.  La casa della politica progressista nel nostro paese è questa, con tutte le sue contraddizioni e le sue difficoltà, ed è qui dentro che si lavora per mantenere fede al progetto originario.

Il PD è nato per essere l’erede delle tradizioni democratiche e riformatrici del nostro paese. Nessuna di queste tradizioni può essergli estranea, non quella della sinistra, né quella del cattolicesimo democratico e popolare, né quella liberaldemocratica. E contemporaneamente nessuna di queste tradizioni può esaurire l’identità del PD, che ha l’ambizione di trovare una risposta ai problemi nuovi che il mutamento culturale e sociale pone alla politica. Questa risposta può essere data soltanto attingendo alle culture politiche, alle radici profonde del pensiero e delle esperienze che hanno caratterizzato il nostro paese. Come ho scritto nella mia mozione congressuale, ci troviamo di fronte alla sfida di un nuovo umanesimo che sappia coniugare sviluppo e solidarietà, merito ed opportunità, libertà ed eguaglianza, etica e progresso scientifico. Per far questo ci servono le parole forti del nostro passato, che possono aiutarci a recuperare sentimenti, idee, tensioni morali, ed a costruire un punto di vista comune adatto ai tempi nuovi che ci attendono. Abbiamo bisogno di un’identità del PD, ce lo siamo detti più volte, che non sia  una semplice sommatoria o una mescolanza che fatica ad amalgamarsi. Possiamo riuscirci se ciascuno di noi è disposto a riconoscere che nel PD hanno piena cittadinanza e rappresentano la stessa tensione per l’uguaglianza, la dignità delle persone e lo sviluppo della società la storia della sinistra, quella del popolarismo di ispirazione religiosa e quella del liberalismo democratico. Nessuno si deve sentire estraneo od ospite temporaneo. In questa direzione dobbiamo lavorare anche per dare risposta al malessere di coloro (e oggi incominciano ad essere numerosi) che considerano l’abbandono del PD come una delle opzioni politiche possibili.

L’attenzione alla pluralità delle culture politiche che si riconoscono nel PD deve essere accompagnata dalla capacità di analizzare i cambiamenti della società italiana e le questioni che questi cambiamenti pongono al partito. Ho dedicato una parte ampia della mia mozione a sviluppare questo ragionamento, e non voglio riprenderlo qui. Mi limito a sottolineare la straordinaria novità costituita dalle trasformazioni delle classi tradizionali, dall’irrompere di nuovi gruppi sociali, dall’esplosione della piccola impresa e di una schiera di lavoratori autonomi e di professionisti.  Questi fenomeni accompagnano l’esplosione di un individualismo e di un egoismo di piccoli gruppi che disegna una società frantumata in mille schegge. E’ il terreno di coltura del berlusconismo che, se non contrastato in modo adeguato, svilupperà una egemonia culturale, prima ancora che una supremazia politica, difficile da contrastare. La sfida consiste nella definizione di una proposta per la ricomposizione morale e civile del paese. E’ il compito del PD, e contemporaneamente la sua grande opportunità politica. Possiamo riuscirci soltanto se siamo capaci di parlare a tutta la società, a tutte le categorie. Ha detto bene Bersani: ci interessano tutti, non guardiamo da una sola parte. Vogliamo essere il partito della società italiana.

La ricomposizione culturale del paese deve avvenire prima di tutto intorno al tema della natura della nostra democrazia. E’ in atto un cambiamento, che introduce un modello lideristico e plebiscitario (un uomo solo al comando, scelto direttamente dal popolo, sottratto al controllo parlamentare e della giurisdizione) che contrasta con il sistema istituzionale previsto dalla Costituzione. La difesa dei principi fondamentali della repubblica, che hanno legato per più di mezzo secolo la democrazia politica e lo sviluppo sociale, è il primo banco di prova della nostra iniziativa politica. Intorno ad un PD che si caratterizza per essere il partito della democrazia liberale, che difende l’equilibrio dei poteri, lo stato di diritto e la democrazia parlamentare si può costruire una rete di alleanze politiche e sociali che, partendo dalle forze di opposizione, sappia incunearsi nei dubbi della stessa maggioranza e costituire il primo tassello di una alternativa possibile. Il PD partito della Costituzione. Non è soltanto lo spazio per una iniziativa politica, ma un contributo alla definizione della nostra identità.

Il PD, un moderno partito del lavoro e dello sviluppo. E’ la seconda grande sfida che abbiamo di fronte. Ne abbiamo lungamente parlato nel dibattito congressuale, riassumendo intorno a questo tema, a questa priorità, tutte le nostre riflessioni in materia di politica economica, sulle proposte che abbiamo in mente per uscire dalla crisi e per costruire uno sviluppo basato sulla solidarietà. Naturalmente tutto il lavoro: quello dipendente e quello autonomo. Naturalmente il lavoro nella sua capacità di organizzare risorse e fare impresa. Naturalmente il lavoro che produce reddito.
Abbiamo di fronte a noi due grandi emergenze. La prima è quella del drammatico peggioramento delle condizioni materiali di vita di tanti nostri concittadini, che rende più evidenti le disuguaglianze sociali. Sappiamo bene che l’Italia è il paese europeo dove i livelli di disuguaglianza sono più alti. Abbiamo proposto interventi immediati, sul piano degli ammortizzatori sociali e della riduzione delle tasse per i redditi più bassi. Dobbiamo riprendere su questi temi l’iniziativa, anche a livello locale.
La seconda emergenza è quella delle imprese, soprattutto di quelle piccole e piccolissime, in grave crisi di liquidità e a rischio di chiusura. Sono 6 mila soltanto in Piemonte le imprese artigiane che potrebbero chiudere i battenti nei prossimi mesi, secondo un recente rapporto della CNA.  Il nostro sistema produttivo rischia un impoverimento drammatico, se non ritorna nel paese una politica industriale capace di lavorare per la sopravvivenza delle imprese in difficoltà, e contemporaneamente di creare le condizioni per il loro rafforzamento strutturale, sul piano della capacità innovativa dei prodotti, delle tecnologie, dell’organizzazione e della struttura aziendale.
Reddito, lavoro e imprese, i tre perni centrali di una strategia di politica economica capace di dare un contributo al profilo politico del PD. Come ha detto il segretario nazionale, “noi partiamo dal lavoro. Il lavoro è il problema più importante, e deve essere il primo impegno del nostro partito. Lavoro e impresa, a cominciare dalla piccola e media impresa”

Il PD deve caratterizzarsi come il partito delle autonomie. Una vasta platea di amministratori attende un’iniziativa che contrasti la deriva centralista del governo. C’è un grande spazio politico su questo tema, come hanno dimostrato le mobilitazioni sulla riforma del patto di stabilità, in cui fianco a fianco sindaci di centro destra e di centro sinistra hanno rivendicato il diritto di usare le loro risorse per contrastare la crisi economica dei loro territori. Il nostro compito è di delineare una strategia generale, una proposta che sappia conciliare il governo della finanza pubblica con il riconoscimento dell’autonomia finanziaria dei comuni. Dobbiamo fare una seria battaglia contro l’abolizione dell’ICI, costruire un’alternativa a questo federalismo fiscale pasticcione, riprendere un ragionamento sulla riforma degli assetti delle autonomie locali. Non dobbiamo arroccarci nella difesa del passato, ma dobbiamo dire con chiarezza che il modello che emerge dal nuovo codice delle autonomie, di cui è probabile un rapido avvio della discussione parlamentare, non è accettabile per la mortificazione delle autonomie e per la cancellazione di una parte significativa della rappresentanza locale. Facciamoci un’idea, mettiamoci in condizione di promuovere anche in Piemonte una grande iniziativa che delinei una prospettiva di rafforzamento del sistema delle autonomie, della soluzione dei suoi problemi, della costruzione di una riforma condivisa.

Per realizzare questi obiettivi abbiamo bisogno di un partito forte, strutturato, radicato sul territorio. Un partito che affida il suo rapporto con la società non ad una leadership carismatica ed alle tecniche di comunicazione, ma ad una larga base di iscritti e di militanti che sono presenti nei luoghi della vita collettiva e del lavoro, nelle comunità locali e di quartiere, nelle organizzazioni sindacali, in quelle economiche, sociali e culturali. In quest’ottica va irrobustita la nostra struttura organizzativa territoriale. E’ realistico pensare che in Piemonte, pur tenendo conto della frammentazione amministrativa, si possa aumentare significativamente il numero dei circoli territoriali, e si possa mettere in cantiere un progetto di rilancio dei circoli dei luoghi di lavoro e di studio. Affiderò incarichi specifici per raggiungere questi obiettivi.
Il rilancio organizzativo non è sufficiente se non troviamo il modo di uscire dalla nostra autoreferenzialità, e riprendere le fila di un dialogo con la società. Un dialogo continuativo, strutturato, che non si basi soltanto sulla credibilità individuale di qualche dirigente, e che consenta al PD di interloquire con le rappresentanze degli interessi ricostruendo progressivamente dal basso un rapporto di fiducia che oggi è venuto largamente meno. Su questi temi dovremo avviare una riflessione seria ed approfondita, che ci consenta di recuperare un rapporto con le organizzazioni sindacali, tutte le organizzazioni sindacali, e con un associazionismo economico che tante volte ci è ostile.  Per raggiungere risultati è necessaria una elaborazione di contenuti, e la capacità di definire sulle questioni di merito posizioni chiare e motivate. Non meno importante tuttavia è la capacità di parlare, di tenere rapporti, di seguire i problemi con l’iniziativa del partito e dei suoi gruppi ai livelli amministrativi e parlamentari.
A questo servirà un nuovo assetto del vertice regionale del PD, che vedrà accanto alla segreteria l’individuazione di specifiche responsabilità di aree dipartimentali, che nominerò nei prossimi giorni con criteri di competenza e di disponibilità di tempo e di impegno.
Su questi temi si sono registrate progressivamente, nel dibattito congressuale, larghe convergenze. E’ un fatto positivo. Dovremo fare modifiche allo Statuto, rafforzare l’iniziativa per il tesseramento, ridare un ruolo più forte agli iscritti nella scelta dei gruppi dirigenti, semplificare procedure troppo complesse e farraginose. L’Assemblea regionale, che si riunisce oggi per la prima volta, dovrà svolgere un ruolo attivo di dibattito e di indirizzo politico, realizzando prima di tutto quella partecipazione che caratterizza la nostra idea di politica.

Ho sempre detto, fin dalle prime battute del dibattito nei circoli, che il vero congresso del PD piemontese saranno le elezioni regionali di primavera. Un appuntamento, lo sappiamo, dal grande rilievo nazionale, perché il Piemonte è una delle regioni chiave per l’interpretazione politica del risultato di marzo. Vorrei che tutti avessimo consapevolezza della difficoltà che abbiamo di fronte. Non siamo autosufficienti. Possiamo recuperare consenso nell’area dell’astensione che ci ha penalizzati, ma non basta. Ci occorre una strategia delle alleanze.
Abbiamo seguito un percorso lineare. Un anno fa abbiamo avviato un dialogo politico con l’UDC, per verificare le possibili convergenze nella prospettiva delle elezioni regionali. Non lo abbiamo fatto per un mero calcolo elettorale. Ci interessava ricercare le ragioni della comune opposizione al centro destra, e verificare la possibilità di più larghe alleanze che facessero uscire dall’isolamento il PD e gli restituissero capacità di iniziativa politica. La prima prova, quella di governo nelle province di Torino ed Alessandria, sta dando buoni risultati, e ci incoraggia a proseguire. Concluso il Congresso, proponiamo all’UDC di dare vita ad un confronto serrato, che parta dai contenuti e non si limiti ad una sterile contrapposizione sui nomi. Non proponiamo a nessuno di aggregarsi a soluzioni preconfezionate e di accettare dei fatti compiuti, e sappiamo che si deve realizzare una discussione vera che deve riguardare i programmi e il profilo della coalizione che si intende costruire. Con l’UDC vogliamo verificare la disponibilità ad una coalizione larga, che abbia concrete possibilità di battere il centro destra.
Nei prossimi giorni proporremo un analogo confronto sui contenuti agli attuali partners di maggioranza. Non intendiamo escludere nessuno, anzi abbiamo sempre detto che partiamo dalla coalizione attuale. Ma non siamo disponibili ad un programma confuso, che proietti un velo di ambiguità sulle scelte fondamentali che il Piemonte deve fare. Né possiamo essere disponibili ad una coalizione caratterizzata esclusivamente a sinistra, che rischia di allontanare un consenso moderato che è indispensabile per la vittoria del centro sinistra.
Il PD deve riunire al più presto un seminario programmatico, che faccia il punto sul lavoro svolto, e tracci le linee fondamentali dell’azione futura. Occorrerà prima di tutto una riflessione sui risultati raggiunti. Sono molti ed importanti, e dobbiamo rivendicarli.  Ma la ricognizione del lavoro fatto non deve avere intenti meramente celebrativi. Si tratta di partire da questi per una riflessione sulle questioni ancora aperte, sui punti deboli dell’azione regionale, sulle correzioni di rotta da recepire per la costruzione del programma del nuovo quinquennio. Il secondo tempo del governo del centro sinistra in Piemonte non può essere semplicemente la continuità del primo, ma deve segnare una nuova fase, che tenta conto dei nuovi scenari determinati dalla crisi e dall’accentuarsi del cambiamento economico e sociale.
All’indomani del Congresso è tempo che il partito assuma con forza l’iniziativa sul piano dei rapporti politici e della elaborazione programmatica. Lo fa avendo scelto, con Mercedes Bresso, il candidato da proporre ai propri partners.  Fatico ad immaginare che un accordo sui contenuti, sul profilo politico della coalizione, sull’impostazione strategica della nuova legislatura cada sui veti personali. Soprattutto se  il candidato del PD, che il partito ha deciso all’unanimità e senza defezioni,diventa il punto di sintesi dell’alleanza che vogliamo costruire. Dopo l’esasperazione delle polemiche, non può essere una battuta giornalistica a compromettere una strategia.
Naturalmente affronteremo la situazione politica piemontese insieme con il segretario nazionale nel corso della settimana. Non c’è un tavolo romano contrapposto al tavolo piemontese, ma un lavoro comune di valutazione e di decisione che tiene conto dell’importanza della posta in gioco. Ma non c’è dubbio che la decisione finale spetterà a noi, nello spirito dell’autonomia che abbiamo sempre rivendicato.

Care democratiche, cari democratici,
le elezioni regionali di primavera saranno vere e proprie elezioni politiche di medio termine. Verificheremo allora se avremo saputo dare una risposta alla domanda di una fetta sempre più larga della società italiana che non è soddisfatta della situazione del paese, ma non vede alternative al governo della destra. Non è un obiettivo irraggiungibile: ci sono le prime fratture nel centro destra, e per la prima volta dopo tanto tempo la maggioranza è in difficoltà politica, attraversata da significative divisioni al suo interno. Tocca a noi prendere l’iniziativa. Servono progetti e programmi, ma serve soprattutto la forza tranquilla e “moderata” di un partito capace di trasmettere fiducia. La fiducia si trasmette con la competenza delle parole che si pronunciano, con lo stile dei comportamenti, con il clima di unità che si lascia trasparire. Siamo all’inizio di un percorso, e non possiamo più permetterci di sbagliare. Il Congresso, sia a livello nazionale che a livello regionale, è stato caratterizzato da una competizione plurale e da un confronto serrato. Lo considero un valore, e non sarà certo il dibattito che c’è stato tra di noi che ci impedirà di lavorare insieme per il futuro del partito. Anzi, la vittoria chiara di una linea aiuterà la ricomposizione unitaria. Ad una condizione, però: che non pensiamo che l’unità del partito si faccia sugli organigrammi, che tutto si risolva con un bilanciamento di posti. Dobbiamo fare una sintesi più alta, che parta dalle idee e dalla generosità con cui contribuiremo al lavoro comune.

Per parte mia, in conclusione, non mi resta che trasmettervi i sentimenti contrastanti che sto provando in questa giornata. Ho timori e preoccupazioni, perché sento che sulle nostre spalle pesa una grande responsabilità. Ho voglia di fare ed entusiasmo, perché le sfide difficili sono le più belle e le più esaltanti. Posso soltanto promettervi un grande impegno. Lavorerò con l’umiltà di chi sa di avere bisogno di tutti, ma anche con la determinazione di chi ha avuto un mandato chiaro. So che non esistono imprese solitarie. Riusciremo soltanto se faremo squadra, se lavoreremo insieme. Insieme deve essere il nostro slogan. Insieme. Grazie.

 


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