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Rassegna stampa democratica

Basta piroette, conta il messaggio

di Giorgio Merlo, su Europa del 17 aprile 2010

C’è uno strano dibattito all’interno del Partito democratico a livello nazionale. Dopo la pesante sconfitta politica maturata alle recenti elezioni regionali, riparte un confronto – del tutto virtuale – sul modello di partito che si vuole costruire.

Dopo aver predicato per svariati mesi che la specificità del Pd era quella di aver costruito un partito nazionale a forte impianto federale, ora – dopo l’ennesima sconfitta – decolla l’ipotesi di un partito regionalizzato.
In attesa, credo, che prenda piede quello improntato sul modello provinciale.
Ora, al di là delle battute – che adesso potrebbero essere anche imbarazzanti – credo che la discussione sulle formule organizzative dovrebbe essere momentaneamente archiviata. Insomma, una “moratoria” sull’organizzazione del Pd. Anche perché, com’è evidente credo a tutti, questi sono temi sufficientemente noti e del tutto estranei alle domande e alla attese del cosiddetto “popolo democratico”. Al massimo possono nutrire qualche interesse su questi temi gli apprendisti politologi, gli esperti in organigrammi e gli eterni nuovisti che attraverso i codicilli e gli statuti cercano di occupare ruoli di primo piano nella concreta gestione del partito. Credo sia anche altrettanto noto che il confronto e la competizione con la Lega al Nord o con il Pdl nel resto del paese non la si gioca sul terreno del profilo organizzativo del partito.
Del resto, siamo reduci da un lunghissimo congresso disciplinato da un regolamento ignoto ai più e del tutto avulso da ogni logica di reale comprensione. Un regolamento che prevedeva una amplissima partecipazione alla vita e alla gestione del partito, a tutti i livelli. Il tutto condito da una ubriacatura di primarie che ormai sono diventate una sorta di vangelo per ogni buon democratico.
Dopodiché, abbiamo tutti constatato che al Nord la competizione con la Lega è sostanzialmente fallita e la vittoria del centrodestra è stata schiacciante sia sotto il profilo politico sia su quello numerico. Con tanti saluti al regolamento e a tutti i codicilli che prevedevano una reale e non fittizia partecipazione alle scelte politiche del partito. Partecipazione che significa anche radicamento sociale e culturale del partito nella società.
Ma dopo la sconfitta elettorale maturata alle elezioni regionali, ecco spuntare l’ennesima “trovata” regolamentare, e quindi statutaria, capace quasi miracolisticamente di affrontare e sciogliere i nodi che hanno nuovamente fatto restare al palo la scommessa politica ed elettorale del Pd. Ovvero, i segretari regionali che – nella versione di Prodi – dovrebbero eleggere il segretario nazionale e, di conseguenza, azzerare la vasta pletora di organismi intermedi. Una nuova, ed ennesima, piroetta nella struttura organizzativa del partito. Il tutto condito dall’immancabile “partito del Nord” a cui farà seguito l’altrettanto immancabile “partito del Sud” e via discorrendo con le rispettive amenità.
Ora, al di là degli stratagemmi organizzativistici è persin troppo facile rilevare che su questo terreno non si compete con la Lega, come con nessun altro partito. E questo per il semplice motivo che è sul terreno politico che si gioca la partita e non sulle regole funzionali alle carriere dei singoli. Ormai la storiella l’hanno compresa tutti, e non solo i protagonisti della politica ma anche gli elettori. Gli elettori del Nord, per fermarsi a quelle regioni, votano la Lega non per la sua struttura di partito – che, detto tra di noi è sufficientemente centralistica – ma per il suo “messaggio” politico.
Da tutti compreso e da molti condiviso.
Modello federale, modello regionale, modello provinciale, modello secessionista o modello municipalista hanno poco valore se poi il messaggio politico è confuso o incompreso.
Del resto, il cosiddetto “partito del Nord” è già una minestra riscaldata. Già due anni fa c’era un coordinamento del Pd delNord che è rapidamente naufragato. Ora si vuole riproporre. Ma delle due l’una: o prende piede un partito autenticamente secessionista dove le singole regioni decidono la strategia politica, scelgono le candidature a tutti livelli e stringono alleanze a prescindere da qualsiasi valutazione nazionale, oppure si mantiene un profilo nazionale a forte impianto federale. Ma qualunque sia il modello che si sceglie, dev’essere altrettanto chiaro e nitido il messaggio politico che si trasmette agli elettori. Se questo non avviene, o avviene in modo confuso e contraddittorio, l’epilogo è già segnato.
E cioè, un partito con uno statuto e con regolamenti straordinariamente moderni ed efficaci e, al contempo, un partito con consensi alquanto deboli e incerti.
Forse è arrivato il momento che il Pd sospenda il noiosissimo dibattito sulle regole e si concentri esclusivamente sul progetto politico da mettere definitivamente in campo.
Sia al Nord che al Sud, cioè all’intero paese. La politica, soprattutto dopo il voto del 28 e 29 marzo, deve avere definitivamente il sopravvento.
Anche perché, è bene ricordarlo con forza e senza equivoci o furberie, la somma dei voti di Ds e Margherita – anche in quest’ultima consultazione elettorale – continua ad essere molto più forte del consenso riscosso dal Partito democratico.
Questo non significa sognare il passato o pensare di tornare indietro.
Semplicemente serve per ricordarci che il progetto politico del Pd continua ad essere poco gettonato anche da coloro che già si riconoscevano nei due partiti fondatori.
E questo a prescindere dai codicilli, dal partito del Nord, dalle primarie e da tutto questo arlecchinesco armamentario.

Giorgio MERLO