L’età non è tutto. Anzi potrebbe essere un boomerang
Giorgio Merlo su Europa del 10 aprile 2010
Il ricambio della classe dirigente, anche nel Pd torinese e piemontese, è un tema serio che non va banalizzato.
Da sempre, nei partiti democratici e non padronali, il capitolo del rinnovamento della classe dirigente è un tema che non si può eludere. Ad una condizione, però: non può essere la “carta di identità” il metro che valuta la “qualità” e l’efficacia di una classe dirigente, politica o amministrativa che essa sia. È abbastanza noto, infatti, che quando un partito è in difficoltà – com’è attualmente il Pd dopo la secca sconfitta elettorale alle recenti regionali – la scorciatoia dell’età come elemento risolutore e quasi miracolistico è una tentazione quantomai ghiotta. Ma, appunto, è una scorciatoia. Ricordo che già nel movimento giovanile a cui aderivo a metà degli ottanta la deriva giovanilistica era sempre a portata di mano ma denunciava, com’è evidente, una poderosa crisi dell’offerta politica e della stessa proposta politica.
Il ricambio generazionale, dunque, è un tema di serie b nell’attuale fase politica del Pd locale? No, affatto. Anzi, io credo che la stessa voglia di avere spazio e di crearsi spazio nel partito sia un effetto salutare e da incoraggiare.
A tutti i livelli e in tutti i contesti.
Purchè sia accompagnata da alcune costanti che continuano ad essere decisivi anche in una stagione dove la personalizzazione e la politica dell’immagine possono avere il sopravvento.
E cioè, una forte rappresentatività sociale, una discreta elaborazione culturale, e un significativo radicamento politico e territoriale. Elementi non particolarmente innovativi ma sempre moderni e credibili, soprattutto quando si milita e ci si riconosce in un partito, come il Pd, che ha l’ambizione di essere popolare, democratico, interclassista e radicato nei gangli veri della società contemporanea. Se, invece, il tema dell’età diventa discriminante e anche violento nella dialettica interna al partito si corre un doppio rischio: da un lato si riduce la politica ad un fatto puramente anagrafico e quindi la si impoverisce nei contenuti e nella sua elaborazione quotidiana, dall’altro di circoscrive la stessa “cittadinanza” all’interno del Pd. Insomma, se non si è giovani under 40, under 38 o under 35 – perché c’è sempre “un puro più puro che ti epura” – si ha la sensazione di essere esterno se non estraneo alla vita del partito. Tesi che, com’è evidente, possono trasformarsi rapidamente in straordinari boomerang per la stessa credibilità del Pd.
Quindi, sì convinto al ricambio e al rinnovamento della classe dirigente anche a Torino e in Piemonte senza trasformarli in una semplice resa dei conti per la conquista del potere.





