|  | 

Rassegna stampa democratica

Lo scontro nella destra non risolve i nostri problemi

di Cesare Damiano, su Europa del 24 aprile 2010

Il risultato ottenuto dal Pd alle regionali di marzo richiede una riflessione che non può esaurirsi in un semplice, per quanto approfondito, dibattito in direzione. È tutto il partito a dover essere coinvolto, anche in vista dell’assemblea nazionale del 22 maggio. Lo sforzo di analisi operato da Bersani è stato sicuramente apprezzabile, ma l’esito del voto non può essere oggetto di valutazioni riduttive né di analisi consolatorie. Non si tratta di mettere in discussione il segretario, sport che ci ha visto seriamente impegnati nel recente passato: il congresso è finito da un pezzo. Si tratta invece di individuare – insieme – strade nuove, di elaborare nuove strategie, di pensare un modo diverso di essere del partito.


Un dato è evidente: il Pd non ha vinto ed è stato soprattutto sbagliato affermare che «c’è un’inversione di tendenza». È da qui che si deve ripartire.
È vero, sul fronte opposto nemmeno Berlusconi ha vinto, però il Pd non è riuscito a intercettare il voto in uscita da una destra – come confermano anche i più recenti sondaggi – in difficoltà. Quei voti, nelle principali regioni del nord, sono stati recuperati in larga misura dalla Lega, creando nuovi equilibri all’interno della maggioranza di governo, ma anche disegnando una nuova mappa del potere locale con cui sarà necessario fare i conti.
A far pendere il piatto della bilancia è stata talvolta la diversa politica delle alleanze, come dimostrano i casi di Piemonte e Liguria, ma sarebbe illusorio pensare di poter vincere in futuro facendo leva soltanto su di essa o pensare che i problemi interni al centrodestra, vedi lo scontro Berlusconi- Fini, possano risolvere i nostri problemi. È il Pd, anzitutto, che si deve rafforzare.
Oggi il Partito democratico viene percepito come un partito che non c’è. Non ha un’identità. Ci sono i militanti, ma c’è carenza di direzione politica. E senza identità e direzione politica non si possono cogliere e convogliare le contraddizioni sociali derivanti dalla crisi che il paese sta attraversando.
Per invertire la rotta è necessario anzitutto investire su una nuova unità del partito. Perché è questa la richiesta – inequivocabile – che viene dai nostri militanti e perché è difficile, se non impossibile, riuscire a comunicare all’esterno ciò che si vuole e ciò che si propone quando all’interno si è trasversalmente divisi sui contenuti. La caduta dell’ultimo governo Prodi qualcosa ci ha insegnato.
E unità non significa uniformità di pensiero, ma capacità di sintesi e – quindi – di direzione politica e di coinvolgimento anche delle minoranze.
Non serve un partito che abbia visibilità sui mezzi di informazione se nel contempo non è radicato nella società. Di questo si è parlato molto nel congresso. Il rischio è che, tra partito leggero e pesante, rimanga un partito fatto solo di comitati elettorali.
Nelle grandi regioni del Nord si è accentuata, rispetto al passato, la dicotomia tra città e provincia. Forti nei capoluoghi, Pdl e Pd sono stati sbaragliati dalla Lega nei piccoli centri.
In intere zone della provincia settentrionale, caratterizzate da una presenza diffusa di imprese medio-piccole, la Lega si è assestata tra il 40 e il 50 per cento, mentre il messaggio berlusconiano – tutto mediatico – si è spesso fermato al 10-15 per cento dei consensi.
Segno della riconoscibilità, tra quelle popolazioni, del messaggio leghista e segno che ciò che serve per conquistare consensi, anche nel XXI secolo, è la capillarità dell’insediamento, la capacità di interloquire direttamente con i propri elettori.
Un’ulteriore conferma – di segno felicemente opposto – viene dal caso di Lecco, dove le cronache ci dicono, con una campagna elettorale “all’antica”, basata sul confronto-ascolto con i cittadini, il centrosinistra ha conquistato al primo turno il comune, dopo 17 anni di governo leghista e il Pd ha ottenuto un risultato straordinario superando il 36 per cento dei consensi.
Ciò che serve, dunque, è ripensare il partito e lanciare il confronto.
Ci sono temi essenziali, come il lavoro, la giustizia e le riforme sociali che attendono di essere affrontati in maniera concreta e non demagogica o strumentale. Si può ripartire da qui, affiancando azione parlamentare e iniziativa di massa.
Per restare al lavoro, sarebbe un suicidio politico far passare il Pd come il partito che vuole cancellare l’articolo 18. Mettere in discussione, anche parzialmente, la norma che vieta il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo significa indebolire il quadro generale delle tutele. In un periodo storico in cui l’impresa si è rafforzata a scapito del lavoro, sarebbe un colpo micidiale.
Ciò che serve, invece, è fissare, in quest’ambito, una nuova logica delle convenienze che possa favorire, in modo equilibrato, una ripresa produttiva e occupazionale. Una logica basata su punti cardine semplici e chiari. Ne propongo alcuni: disboscamento delle forme di lavoro flessibile, incentivi strutturali per la stabilità del lavoro; lavoro flessibile più costoso del lavoro stabile; salario minimo per i lavoratori non contrattualizzati (ad esempio, i lavoratori a progetto); misure di reimpiego ad hoc per gli over 40 espulsi dalla produzione; credito d’imposta per assumere le donne al sud; revisione della normativa degli appalti al massimo ribasso, con lo scorporo dei costi della sicurezza e del lavoro Credo che da queste priorità possa riprendere il nostro difficile cammino.