Ma Fini non è Donat Cattin
di Giorgio Merlo, su Europa del 27 aprile 2010
Autorevoli esponenti del Pdl e alcuni commentatori hanno teorizzato in questi giorni un ardito paragone tra il ruolo esercitato nella Dc da Carlo Donat Cattin e la recente iniziativa assunta dal presidente Fini nel suo partito. Un paragone anomalo e singolare che richiede di essere chiarito per evitare errori grossolani e confronti persino grotteschi.
Innanzitutto c’è un grosso equivoco. Il modello politico ed organizzativo della Dc non è solo diverso rispetto a quello del Pdl ma è addirittura alternativo.
Se il primo è un partito democratico, partecipativo con la presenza di organi collegiali a tutti i livelli, nel Pdl assistiamo ad un profilo di partito monocratico dove la dialettica interna è un optional e il modello sostanzialmente “cesarista”.
Insomma una sorta di partito dominato dalla cosiddetta “democrazia dell’applauso” come ci ricordava in tempi non sospetti Norberto Bobbio.
Un modello organizzativo molto simile anche a quello di Alleanza nazionale dove, come tutti sanno, nella sua fase finale tutto veniva appaltato al leader carismatico, cioè Gianfranco Fini.
Nel Pdl le condizioni minime di democrazia mancano e tutte le cariche sono in mano a persone che devono tutto a un uomo solo, e cioè Berlusconi.
In sintesi, gli organi collegiali erano la vera forza della Dc: per stabilire la linea politica bisognava tenere conto delle opinioni di tutti. Opinioni che si scontravano anche duramente negli organismi di partito, considerando lo spessore politico e culturale dei dirigenti di quel partito. La linea che scaturiva da questo confronto era veramente di sintesi. Non c’è quindi errore più pacchiano e grossolano – lo dico con amicizia al presidente Formigoni e a tutti coloro che individuavano qualche somiglianza con i due partiti – nel confondere il modello del partito democristiano con quello aziendale e piramidale scaturito dalla ex Forza Italia e dalla ex Alleanza nazionale.
E, a cascata, è addirittura grottesco il confronto tra la minoranza di Fini nel Pdl con quella esercitata da Donat Cattin attraverso la corrente di Forze Nuove nella Dc. Donat Cattin, come ricordava con efficacia nei giorni scorsi Sandro Fontana, sapeva quando poteva arrivare sull’orlo della rottura e quando doveva fare marcia indietro.
Qualità e stile politico non facilmente ripetibili. Un’esperienza dove la strategia aveva sempre il sopravvento rispetto alla pura tattica. Certo è che Donat Cattin con la sua piccola corrente – che contava appena il 7 per cento nella Dc – condizionava la linea dell’intero partito. E questo anche perché gli organi collegiali della Dc consentivano a tutti di partecipare alla costruzione della linea politica ma anche a far sì che una minoranza potesse diventare maggioranza. Non mi pare che, con queste premesse, sia possibile tracciare confronti impropri e del tutto innaturali tra leader politici così profondamente diversi e in partiti così strutturalmente diversi.
Ora, al di là della profonda, e del tutto naturale nonché scontata, diversità politica e culturale, sarebbe consigliabile evitare di continuare a confondere partiti che hanno modelli non solo dissimili ma alternativi e uomini politici che hanno una “diversità” addirittura strutturale. E questo per rispetto della storia e per mantenere un briciolo di onestà intellettuale.





