Fassino: ora serve più Europa
di Piero Fassino, su Europa del 7 maggio 2010
Sono ore drammatiche ad Atene, dove l’angoscia e la paura aprono spazi a forme di ribellismo sociale, con le conseguenze terribili dell’altro ieri. La crisi ha la gravità estrema che tutti sappiamo e il rischio è che la Grecia sia solo il primo infarto di un collasso che via via si estenda ad altri paesi. È forse per questo che nelle ultime ore da Berlino, Parigi, Roma vengono segni di una consapevolezza che per troppi giorni è invece mancata. Oggi si riuniranno i capi di governo e i ministri economici dell’Eurozona e finalmente sarà varato il piano che consentirà alla Grecia di onorare i suoi debiti.
Le vicende di queste settimane offrono l’occasione per tre considerazioni. La prima è che si può stare in mezzo al guado quando l’acqua è bassa. Ma quando l’acqua sale, nel guado si rischia di essere travolti. L’Unione europea per troppo tempo è rimasta in una condizione di incertezza e gli ultimi anni – dai referendum olandese e francese, al travaglio lunghissimo con cui si è giunti al Trattato di Lisbona – hanno fortemente logorato l’Ue e la sua credibilità. Oggi sotto l’incalzare della crisi l’Europa deve decidere: se tornare indietro alla riva da cui è partita o se approdare alla riva cui tende.
Il processo di integrazione europeo che è stato costruito in 50 anni non è più sufficiente per affrontare i processi di globalizzazione. Abbiamo una moneta unica, abbiamo un mercato unico, ma non abbiamo una politica economica coordinata fra i paesi europei, né abbiamo una politica fiscale comune. La proposta del Fondo monetario europeo si è arenata. Non abbiamo un mercato del lavoro governato da regole omogenee, così come ogni paese tende ad affrontare i problemi dello stato sociale con politiche fiscali e di finanza pubblica nazionali.
Tutto questo manifesta una debolezza strutturale che mette a repentaglio il processo di integrazione e abbiamo davvero la necessità di trarre da questa crisi un’unica conseguenza: va bandita qualsiasi suggestione alla rinazionalizzazione delle politiche, che nel tempo della globalizzazione sarebbe la scelta più sbagliata. Dalla crisi si esce non con l’Europa minima, ma con la massima Europa possibile. Non con meno Europa, ma con più Europa.
È questa la ragione per cui abbiamo guardato con apprensione alle incertezze tedesche, che hanno rivelato un inquietante rischio di ripiegamento. Sappiamo che non c’è Europa unita senza la Germania; ma la Germania a sua volta deve sapere che, anche se è il più grande paese di questo continente, da sola non sarebbe in grado di farcela.
Serve un’Europa che si muova insieme e in grado di portare con forza il suo processo di integrazione a stadi più avanzati.
La seconda considerazione riguarda l’Italia. Pur non essendo immune da rischi, il nostro paese appare oggi in una condizione di stabilità maggiore: ebbene ciò è merito anche delle politiche fatte dal governo Prodi e dal ministro Padoa Schioppa, contro cui la destra ha ingenerosamente sparato per molto tempo.
Nel 2006 il governo Prodi, di cui Padoa Schioppa era ministro, ereditò dalla destra una procedura di infrazione a cui l’Italia era esposta per lo sforamento del deficit pubblico e ricordo che quando, due anni dopo, Prodi lasciò palazzo Chigi, consegnò all’attuale governo un avanzo primario di 3,3 punti, un debito pubblico in riduzione, un deficit sotto controllo e un tasso di crescita dignitoso. Ed è tutto ciò che ha consentito a Tremonti – che ha finalmente capito che da quelle politiche non doveva discostarsi – di mettere l’Italia in una condizione di maggiore forza. Sarebbe intellettualmente onesto – e do atto al ministro Tremonti di averlo fatto qualche volta, negli ultimi mesi – riconoscere i meriti di Prodi e dei suoi ministri.
Infine, la terza considerazione: una condizione di stabilità finanziaria maggiore è essenziale, ma può non bastare.
L’Italia continua ad avere una spesa pubblica che cresce anno dopo anno e continuiamo a essere il paese con il minore tasso di crescita dell’Unione europea. In altri termini, stiamo mangiando le poche risorse che abbiamo per mantenere una spesa pubblica alta, mentre non spendiamo per investimenti e per sostenere la crescita, né per creare lavoro e tutelare i redditi. E così non stiamo accumulando le risorse necessarie per ridurre il debito, né per finanziare lo sviluppo. E tutto questo si traduce in maggiore disoccupazione e criticità sociale.
Per questo motivo, dalle vicende di queste settimane vanno tratte due scelte: l’Italia sia determinata nel sostenere politiche europee – serve più Europa e non meno Europa di fronte alla crisi – e lo faccia in tutte le sedi, abbandonando definitivamente ogni forma di diffidenza o scetticismo verso l’integrazione europea. In secondo luogo, alle politiche di stabilità finanziaria fin qui perseguite si accompagnino finalmente politiche di sostegno alla crescita, di creazione di lavoro e di tutela sociale. Bisogna fare molto di più se si vuole garantire al nostro paese di essere meno a rischio.





