Bobba: incidenti sul lavoro, la beffa dei mancati risarcimenti
Luigi Bobba su Europa del 16 luglio 2010
L’esplosione nella fabbrica Molino Cordero provoca cinque vittime. A tre anni da quella tragedia il ricordo, più vivo che mai, spezza il silenzio, si colora di domande, di desiderio di giustizia, e proprio a Fossano prende vita una manifestazione che assieme alla commemorazione pone interrogativi sulla sicurezza sul lavoro e su quelle morti bianche. Bianche perché innocenti, perché non esiste una mano materiale che ha spento l’interruttore di quelle vite. Giovani, padri di famiglia, persone che hanno come unica colpa il bisogno di lavorare, un bisogno che spesso non è coniugato con il binomio lavoro/sicurezza. >Al dolore e allo sgomento delle famiglie che vivono questo dramma si aggiunge la beffa dei mancati o inadeguati risarcimenti.
Secondo le rilevazioni Inail, nei primi sei mesi del 2009 sono stati 397.980 gli infortuni sul lavoro, di cui 490 mortali. L’Anmil, da gennaio a luglio 2010 conta che hanno perso la vita sul luogo di lavoro 219 persone. Certo si registra un calo rispetto agli anni precedenti, ma questo non vuol dire che bisogna abbassare la guardia.
Al contrario gli infortuni sul lavoro rappresentano un problema sociale rilevante che, per quanto attiene ai risarcimenti civilistici, non è supportato da un quadro normativo equo e adeguato. O meglio, le attuali normative possono dirsi adeguate in caso di solvibilità dell’imprenditore/datore di lavoro riconosciuto responsabile dell’evento infortunio, ma assolutamente penalizzanti e, quindi, inadeguate, per il lavoratore nel caso di fallimento dell’impresa. È assurdo, l’insolvenza dell’impresa non può essere una colpa del lavoratore/dipendente. Insomma un quadro normativo carente che genera stranezze come un cane che si morde la coda, peccato che a pagare siano, come al solito, i lavoratori e le loro famiglie, vittime innocenti e beffate.
È questo l’obiettivo del progetto di legge che ho presentato nel luglio scorso insieme al collega Cesare Damiano: correggere un’ingiustizia palese. Perché è di questo che si tratta. Le disparità risarcitorie sono evidenti; lo confermano anche la Corte Costituzionale con una serie di interventi in materia e la magistratura che ha sollecitato più volte un’attenzione del legislatore in merito. Lo stesso sottosegretario Carlo Giovanardi, rispondendo poco tempo fa a una mia interrogazione, in cui chiedevo una rettifica della normativa per favorire le tutele risarcitorie, ritiene necessaria e urgente un’iniziativa legislativa. Insomma sembra che tutti siano d’accordo ma nessuno fa il primo passo. Eppure basterebbe avviare da subito l’iter in commissione lavoro alla camera della proposta di legge numero 2577, per dare una risposta concreta a tante vittime sul lavoro e ai loro familiari che ancora aspettano il giusto e dovuto risarcimento.
Siamo di fronte ad un vuoto legislativo che penalizza, in particolare, i lavoratori delle piccole e medie imprese, che nel nostro paese sono la maggioranza. Un incidente in una grossa azienda, che non è a rischio fallimento, viene generalmente risarcito senza grossi problemi. È il caso, per esempio, dell’incendio della Thyssen, dove i lavoratori sopravvissuti e le loro famiglie hanno ricevuto un risarcimento più che adeguato. Diverso è il caso di piccole aziende che, a seguito di un grave incidente sul lavoro falliscono. In tal caso il premio assicurativo pagato con la polizza non va a risarcire il lavoratore infortunato o deceduto, ma rientra nel patrimonio fallimentare. A questo punto, il creditore/infortunato (e sfortunato) si trova a concorrere con altri creditori terzi e a dover attendere i lunghissimi accertamenti giudiziari prima di ottenere, se mai lo otterrà, il proprio diritto a essere risarcito. È il caso dei lavoratori coinvolti nell’esplosione del Molino di Fossano, che non hanno finora ottenuto alcun risarcimento. Per non parlare dei casi di decesso del lavoratore prima della sentenza del giudice. Qui è evidente come il fattore “giustizia e tutela” abbia fatto fagotto e sia andato in vacanza. Se l’azienda invece non fosse fallita, i crediti sarebbero spettati solo ai familiari dei deceduti e ai lavoratori invalidi.
Le modifiche che proponiamo non andrebbero a stravolgere le norme vigenti in tema di sicurezza e lavoro, né comporterebbero oneri economici aggiuntivi. Basterebbe semplicemente eliminare l’attrazione nel fallimento delle somme dovute dalla compagnia assicuratrice per risarcire il danno da infortunio sul lavoro e riconoscere all’infortunato il recupero diretto delle somme dovute anche dall’assicuratore. Si tratta di meri interventi di razionalizzazione di alcuni articoli del codice civile sulla cosiddetta legge fallimentare, che consentirebbero di eliminare l’aberrante disparità di trattamento tra lavoratori infortunati. Una giusta sintesi tra sicurezza, lavoro e giustizia





