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Rassegna stampa democratica

Susta: Questo Pd non può vincere

Gianluca Susta su Europa del 6 agosto 2010

La “chiamata” alle armi espressa da Sandro Gozi lunedì su Europa è condivisibile, ma non condivido affatto la sua tesi che non si vinca “al centro”. Il problema non è solo vincere costruendo alleanze a tavolino con l’Udc o con il nascente e/o temuto “Terzo polo”, ma anche vincere “al” centro.

Chiamata alle armi per che cosa? Per vincere le elezioni, mi si dirà. Ma vincere per fare che? E guidati da chi? Da Pierluigi Bersani, da Nichi Vendola o da Emma Bonino? Ma dobbiamo vincere le regionali in Emilia, in Puglia (con l’Udc che sta autonoma è anche abbastanza facile…) o le politiche in Italia? Dobbiamo parlare al paese o alla solita minoranza militante e urlante?
Mi dispiace doverlo dire con crudezza e durezza: così non andiamo da nessuna parte. Dal congresso a oggi non una scelta chiara, non un programma.
Che si parli di Pomigliano, di legge elettorale, di collocazione europea, di servizi pubblici e di referendum sull’acqua, di giustizia, di risanamento e di sviluppo, sentiamo solo risposte balbettate che, ormai, hanno portato il paese a concludere che il Pd è lì, il maggior partito in un “recinto” del 30/35 per cento, quello proprio della sinistra italiana da quasi vent’anni, dalla “gioiosa macchina da guerra in poi”. Non è lo spazio di quelli come me! Non è mia intenzione combattere la battaglia decisiva innalzando il popolo viola o la rete dei movimenti o l’icona di Carlo Giuliani o il giustizialismo come stendardi dell’ennesima guerra di religione, mentre i lavoratori in cassa integrazione, gli imprenditori che hanno rivoltato come un calzino le loro aziende per adeguarle alle nuove sfide globali, i giovani che hanno aperto “bottega” con una precaria partita iva, gli studenti delle scuole e delle università serie che imprecano contro quelle che regalano i “100” alla maturità o che sono degli esamifici, in silenzio, senza mobilitazioni permanenti, senza chiamate alle armi dal sapore retorico, si fanno “un mazzo così” per andare avanti! Il Pd era nato per dare una speranza a questi, non per confondere le battute con la politica, per incoronare controfigure di Obama o affidare alla migliore espressione del giacobinismo radicale di casa nostra il futuro del paese.
No. Non è questa l’alternativa a questa destra penosa e pericolosa e al suo “padrone”. Non si vince al centro, ma chiamando alle armi il nostro elettorato. Sarà! Ma quale elettorato? Quello che dalle mie parti seguiva quelli come me contro la destra e contro la Lega; quello che ancora fino al 2004/2005 ci faceva vincere province e città, non c’è quasi più!Quell’elettorato, moderato e riformista insieme, di “centro che guarda a sinistra” è con noi in minima parte! E se verrà definitivamente cancellato il “partito a vocazione maggioritaria” in cui uno come me ha creduto, il consenso di quell’elettorato verrà del tutto meno e il Pd sarà… quello che è, il “capofila” – appunto – del 30/35 per cento dell’elettorato italiano o poco più.
Un’altra considerazione. Io resto convinto che le leggi elettorali siano in funzione del modello politico e istituzionale che si vuole. Il Pd nasce dentro a una logica maggioritaria e, in questa logica, uno come me non poteva che stare nel partito che si proponeva di essere l’architrave del centro sinistra. Il vertice del Pd è giunto invece alla conclusione che lo spazio politico del Pd è quello della sinistra democratica; ha vinto il congresso sostenendo l’alleanza con il “centro” (distinto) e vuole cambiare la legge elettorale in senso tedesco. Si sappia, almeno, che questo mina alle fondamenta l’idea di “quel” Pd che avevamo immaginato al Lingotto. “Quel” Pd ha senso solo “se” vuole essere l’architrave di un sistema bipolare maggioritario. In un sistema proporzionale, anche se “tedesco”, un partito come il Pd non ha senso! Questa scelta si tradurrebbe in un “tana libera tutti” che ci spingerebbe a reindossare la casacca più vicina al nostro modo di vedere le cose, al ritorno a una visione identitaria dei partiti, all’abbandono dell’idea stessa di un partito plurale! Se lo schema è quello della “sinistra” che si allea col “centro riformista” è di tutta evidenza quale diventa lo spazio politico di riferimento per quelli come me.
Milioni di cittadini l’hanno già capito e ce l’hanno fatto capire nel segreto dell’urna, ma questo pare che al vertice del Pd non interessi.
Il problema, quindi, non sta (solo) nel “chiamare alle armi” il proprio elettorato, ma nel proporre al paese reale una valida alternativa di governo, che è fatta di contenuti, di proposte, di visioni. Ed è anche fatta di simboli e se i simboli sono il “popolo viola”, Carlo Giuliani, le “feste dell’Unità”, i corsi di formazione ribattezzati “Frattocchie 2” e potrei continuare, non sono i simboli di una larga fetta dell’elettorato italiano che non sta con la destra e non si riconosce in questa sinistra. Contenuti, leader e simboli! Sono i tre elementi essenziali di un partito e su questo si deve fondare il senso di appartenenza.
Questo paese ha bisogno di legalità, moderazione, austerità, senso del dovere, pacatezza, pacificazione, sicurezza; deve incoraggiare gli investimenti produttivi per allargare la base occupazionale, colpire le grandi rendite parassitarie, creare vere condizioni di eguaglianza, tutelare il lavoro anche dalla demagogia di alcuni pessimi presunti professionisti di questa pratica.
Tutto ciò solo in parte coincide con chi esaspera i conflitti, “tifa” per gli uni contro gli altri, divide il paese in buoni e cattivi teorizzando la superiorità “morale” della sinistra, giudica ideologicamente l’azione della magistratura, contrappone “padroni” e “sindacati” come se fossimo nell’Italia degli anni ’50.
Non era questo il Pd che volevamo e non è questo il Pd che può vincere. Se non risponde a questi bisogni il Pd non riuscirà mai a ottenere la “fiducia” della maggioranza degli Italiani.
Chi viene dalla nostra storia di cattolici, liberali democratici, laici progressisti e risorgimentali può anche rinunciare – come ha già fatto alle regionali – a presentare candidati alla leadership del partito e del paese, ma non può rinunciare a un patrimonio di idee, valori e convinzioni che appaiono ormai irrimediabilmente offuscati nel Pd dal linguaggio, dalle liturgie, dalle simbologie di una storia che non è la nostra e che non è nè sarà maggioritaria nel paese.
Il Pd ha pochissimo tempo per dimostrare non a pezzi di ceto politico (come me) ma agli elettori “quale Pd” è, ma non c’è dubbio alcuno che o vi riuscirà nel giro di pochissimo tempo o il “tana libera tutti” si diffonderà provocando la ricongiunzione tra quegli elettori che da tempo se ne sono andati e chi avrebbe dovuto rappresentarli dentro alla novità del Pd e che ha visto fallire il suo compito.