Non vendiamo la canna da pesca
Intervento di Stefano Lo Russo su La Stampa dell’11/12/2010
La riflessione relativa al ruolo del Comune di Torino e delle sue Aziende partecipate nella gestione operativa dei servizi pubblici, sollevato ieri da Luigi La Spina, è di estrema importanza ed attualità.
Negli anni passati nel nostro Paese, dietro una spinta, quella sì ideologica ed interessata, basata sull’assioma che il privato sia sempre e comunque un gestore migliore del pubblico, abbiamo assistito al graduale passaggio di alcuni asset strategici del Paese da una situazione di discutibile monopolio pubblico ad un’altra, ancor più discutibile, di sostanziale oligopolio privato. Pur condividendo l’esigenza di combattere attraverso le liberalizzazioni le inefficienze che si sono incrostate in alcuni settori dei servizi e nel sistema economico italiano, è però difficile rilevarne esempi recenti particolarmente brillanti. Il caso più eclatante sono le autostrade. Ma anche alcune esperienze locali stanno segnando il passo rispetto alle attese: ad esempio la Sagat, società mista a prevalente capitale pubblico che gestisce l’aeroporto di Caselle. In virtù dei patti parasociali vigenti che consentono ai soci privati di giocare un ruolo gestionale prevalente, l’aeroporto tende a vivacchiare più che a svilupparsi come potrebbe.
Allora, forse, il punto è che bisognerebbe interrogarsi sulla debolezza di una politica che, troppe volte, ha dimostrato di essere subalterna al privato. Se una società partecipata svolge bene il suo servizio pubblico e produce utili per la Città, pare difficilmente comprensibile la scelta da parte dell’ente locale di disfarsene. L’ultima cosa che un pescatore indebitato farebbe per ripagare i debiti, è vendere la canna da pesca. Così, in una situazione di contrazione di risorse l’ultima cosa che un Comune dovrebbe fare è disfarsi degli asset in grado di generale utili. Risorse indispensabili a mantenere un livello di welfare e coesione sociale soddisfacente.





