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A Mirafiori Bersani voterebbe sì

Rudy Francesco Calvo su Il Riformista del 30/12/2010

A dare il via libera è stato il segretario in persona.
Pier Luigi Bersani si è reso conto che il Partito democratico non poteva permettersi a lungo di rimanere nel limbo dell’incertezza di fronte alla prova Fiat, così ha affidato al suo fedele responsabile economico, Stefano Fassina, il compito di redigere un documento che equivale a un sostanziale quanto sofferto via libera all’accordo tra la newco di Marchionne e i sindacati, Fiom esclusa. Nessuna indicazione esplicita di voto rivolta agli operai in vista del referendum interno allo stabilimento torinese, non è quello il compito che il Pd si prefigge, anche se la preferenza per il sì traspare in maniera evidente ed è confermata in serata anche da Massimo D’Alema ai microfoni del Tg3. Il segretario ha voluto così mettere un punto fermo di fronte alle troppe posizioni che stavano emergendo tra le file dem, sottolineando al contempo tutte le forzature imposte da Marchionne e l’inadeguatezza del governo di fronte allo scontro in atto.
A firmare insieme a Fassina il testo del documento sono il segretario regionale, Gianfranco Morgando, e quella provinciale, Paola Bragantini. Una “territorializzazione” esplicita del tema, che fa seguito al vertice di martedì pomeriggio a Torino, voluta dal Nazareno per dare innanzi tutto un’immediata copertura alle dichiarazioni rilasciate ieri da Piero Fassino a Europa, in vista dello scontro già aperto nel capoluogo piemontese per le primarie e le successive elezioni amministrative. Dai vertici dem non vogliono problemi, anche a costo di bypassare qualche struttura locale del partito pur di accelerare i tempi.
I contenuti del documento, come anticipato, non si sbilanciano esplicitamente per il sì al referendum (come invece fanno tra gli altri Fassino, Chiamparino, Marini e D’Alema). Condividono però con questi esponenti una divisione in due piani della riflessione sull’accordo: da una parte c’è la riorganizzazione delle condizioni di lavoro, dall’altra la rappresentanza dei lavoratori e la loro partecipazione alle sorti dell’impresa.
Sul primo piano, il Pd è pragmatico: nonostante gli investimenti previsti da Marchionne a Torino e Pomigliano siano ancora «indefiniti ed incerti», essi sono altrettanto «preziosi e irrinunciabili» per i lavoratori della Fiat e dell’indotto. Di fronte a questa «prospettiva di sviluppo e di occupazione » è difficile dire di no, nonostante i pesanti sacrifici imposti.
Più critico è l’atteggiamento del Nazareno sulla fuoriuscita della newco da Confindustria e sull’esclusione della Fiom dalla rappresentanza aziendale. Su questi punti, le soluzioni individuate da Marchionne sono definite senza mezzi termini «sbagliate». «L’esigibilità degli accordi a tutti i livelli – si legge nel documento – va garantita nella salvaguardia dei diritti di tutti i lavoratori e lavoratrici alla rappresentanza sindacale».
Per questo, il Pd insiste su «un’intesa interconfederale» che parta da quella sottoscritta da Cgil, Cisl e Uil nel 2008, per poi essere sostenuta da leggi apposite. Un’intesa che preveda anche «forme di partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici al capitale e agli utili dell’impresa, come anche alle sue scelte strategiche ». In questo quadro, si prospetta una «riduzione del numero dei contratti nazionali», che verrebbero affiancati da «più robusti» accordi aziendali o di comparto. È su questi temi che i dem attaccano il governo, accusato di aver delegato a Marchionne il compito di spaccare le forze sociali, impresa che Sacconi insegue da tempo.