|  |  | 

Homepage Rassegna stampa democratica

Iran, regime duro e fragile

Pietro Marcenaro su Europa del 22/12/2010


Un anno fa nei giorni di Ashura, nei quali gli sciiti commemorano il martirio di Hussein, le strade di Teheran e delle altre città iraniane erano piene di centinaia di migliaia di donne e di uomini che protestavano contro il regime e rivendicavano una svolta democratica.

Oggi, all’incirca negli stessi giorni, le strade restano vuote e le cronache parlano delle impiccagione di undici attivisti del gruppo estremista sunnita di Jundullah che aveva rivendicato l’attentato suicida alla moschea di Chabahar, della condanna del regista cinematografico Jafar Panahi, premiato col Leone d’Oro a Venezia nel 2000 a sei anni di carcere e al divieto di lavorare e di muoversi liberamente per vent’anni, della persecuzione del dissenso e dei difensori dei diritti umani, come Nasrin Sotoudeh, incarcerata dal 4 settembre e in sciopero della fame e della sete dal 4 dicembre per la quale manifesta dal 20 dicembre davanti alla sede Onu di Ginevra un gruppo di dissidenti iraniani guidato da Shirin Ebadi. In questi stessi giorni esercito e polizia presidiano le città iraniane per prevenire possibili rivolte popolari dopo che il governo ha deciso una durissima stretta sull’economia e sui consumi con il taglio dei sussidi che negli anni scorsi avevano consentito di calmierare i prezzi dei beni di prima di necessità.
Indubbiamente la durezza della repressione da parte di un governo che esercita un controllo totale su tutti gli apparati ha colpito e bloccato un movimento come quello sviluppatosi dopo le elezioni del giugno 2009.
Ma sbaglierebbe chi pensasse che la crisi iraniana sia in questo modo risolta. L’opposizione per quanto colpita con una durezza senza precedenti non si è piegata.
Mousavi, Karroubi, Katami – i tre leader maggiori – hanno mantenute ferme le loro posizioni: e ciò testimonia non solo del loro coraggio e della loro moralità, ma del fatto che essi non si sentono isolati e che sanno di essere espressione di una domanda profonda che ha le sue radici in primo luogo nel cuore della società iraniana, e in particolare nei milioni di giovani, donne e uomini, che esprimono una domanda incancellabile di libertà e di modernità. Questa spinta investe lo stesso establishement: molti esempi si potrebbero fare ma basti ricordare l’ultimo scontro che si è manifestato con la sostituzione del ministro degli esteri Mottaki e che coinvolge al vertice del regime figure come quella di Larijiani, il potente presidente del Maijlis, il parlamento iraniano.
Ma i conflitti non sono meno forti nel mondo religioso dove, anche sulla scia dell’insegnamento del grande ayatollah Montazeri, si è aperta una riflessione che porta alla ricerca di una nuova autonomia della religione e a rimettere in discussione quella identificazione tra religione e stato su cui si basa il concetto stesso di Repubblica Islamica. E anche sul fronte delle minoranza nazionali la situazione si fa sempre più difficile in un paese nel quale gli iraniani sono solo il 50% della popolazione complessiva.
Pensare che una situazione così complessa possa essere risolta con la repressione e rifiutare un dialogo e un confronto con la pluralità di forze che sono in movimento nella società iraniana costituisce a mio parere una illusione che in tempi non troppo lunghi è destinata a infrangersi. Il rischio è che quando la rottura si produrrà il paese vada incontro a una nuova fase di violenze come quelle che hanno caratterizzato nel secolo scorso la sua storia.
Una pressione internazionale che non sia attenta solo alla questione nucleare, che prema perché cessi la repressione e perché il regime accetti un dialogo e un pacifico confronto può essere decisiva: e sarebbe un risultato straordinario anche dal punto di vista della sicurezza e della stabilità della regione e dell’intero quadro delle relazioni internazionali.