L’orizzonte stretto della Cei
Mimmo Lucà su Europa del 23/12/2010

Nei giorni scorsi, i Cristiano sociali hanno espresso pubblicamente alcune preoccupate considerazioni sulle recenti valutazioni del presidente della Cei Cardinale Bagnasco a riguardo della stabilità del sistema politico italiano, fatta coincidere, salvo rettifica, con l’esigua maggioranza di cui gode oggi il governo Berlusconi.
Le preoccupazioni si concentrano essenzialmente su due aspetti: una visione che ci è parsa restrittiva dell’impegno politico dei cattolici ed una contraddizione con gli orientamenti della recente Settimana Sociale di Reggio Calabria.
Concentrarsi su un’unica ipotesi di schieramento – è la prima osservazione – non equivale a limitare l’arco della ricerca politica dei cattolici, nel momento stesso in cui la drammaticità della situazione internazionale ed interna mette in discussione non una soltanto ma tutte componenti del sistema politico stesso? E ciò non contrasta con la pluralità di opzioni e di collocazioni dei credenti, frutto di storie autentiche legate in vario modo alle vicende del cattolicesimo democratico? Dopo il venir meno del vincolo con la Dc, la pratica del pluralismo delle scelte dei credenti non era stata più contrastata in linea di principio, semmai limitata da cautele e riserve in ordine al modo in cui declinare nelle opzioni “immediate” alcuni fondamentali premesse antropologiche.
Ora l’indicazione unidirezionale basata sull’equazione stabilità/centrodestra ripropone un ostico spartiacque che si presta, come l’esperienza dimostra, più al disinvolto opportunismo di “atei devoti” che alla comprensibile inquietudine delle coscienze credenti. Un atteggiamento, quest’ultimo, al quale peraltro non era parso estraneo lo stesso cardinale Bagnasco, quando, in una non remota prolusione, aveva descritto la situazione italiana come «sull’orlo del peggio» ed aveva sostenuto che «cambiare si può» sia nella conduzione della cosa pubblica che nel costume dei responsabili. Né davvero gli ultimi sviluppi hanno offerto segni di miglioramento qualitativo, essendo le quantità ancorate ai numeri della maggioranza ed alla avventurosa e comunque penosa incetta di nuovi sostegni. Nello spirito delle nostre osservazioni è quindi implicito l’invito a non lasciar cadere quell’invito a guardare più alto e più lontano, esorcizzando la tentazione di «indugiare con gli occhi tra le macerie» che inchioda alle consuetudini consolidate e paralizza l’esplorazione di nuove piste La seconda osservazione si basa sull’andamento e sulle indicazioni delle recente Settimana Sociale dei cattolici svoltasi a Reggio Calabria nello scorso ottobre.
Se i media l’avessero seguita con più cura, oggi l’opinione pubblica sarebbe messa in condizione di cogliere lo scarto evidente tra l’impianto culturalmente pluralistico di quell’evento e l’angustia delle successive indicazioni.
Era parso infatti che il tentativo di compilare «un’agenda di speranza per il futuro del paese» mirasse a superare la psicosi dello stato d’assedio che aveva qualificato l’impostazione di precedenti incontri. Là dove si leggeva di una comunità cristiana arroccata a difendere dalle ostilità esterne il catalogo dei valori non negoziabili, ci si imbatteva in un desiderio di ricerca e di dialogo. Lo stesso documento preparatorio segnalava infatti i «vantaggi del convenire, come cattolici ma anche come opinione pubblica, intorno a un’agenda ragionevolmente breve di problemi realistici, prioritari e precisi». E ciò per i credenti significava «accettare una visione più seria dei margini – tutt’altro che illimitati – entro i quali esercitare il legittimo pluralismo ideologico e politico», poiché «anche attraverso il richiamo alla concretezza… si combatte la confusione tra relativismo e pluralismo». Lecito confidare che per tale via si pensasse di superare chiusure e rigidità che spesso portano fuori della vita reale.
In ogni caso, il convergere su un puntuale catalogo di scelte pratiche veniva presentato come un invito a «condividere la responsabilità per il bene comune nonostante le differenze sociali, culturali o politiche». Ed era anche in virtù di tali aperture che si realizzò un positivo confronto con il Partito democratico e che, nel corso dei lavori del convegno, il contributo più largo e qualificato venne – giova rilevarlo – non dai seguaci di Berlusconi (per altro vistosamente assenti a Reggio Calabria), ma dai cattolici impegnati nel Pd. S è ottenuta così una sostanziale convalida dei cinque paragrafi dell’agenda: intraprendere, educare, includere le nuove presenze, slegare la mobilità sociale, completare la transizione istituzionale.
Sono le premesse su cui si fonda l’interrogativo dei Cristiano Sociali: si può immaginare che un’”agenda” tanto impegnativa sul terreno economico e sociale possa essere consegnata alla gestione dell’attuale governo, in nome di una “stabilità” che finora si è qualificata con scelte non solidaristiche, con conseguenze gravissime sulla condizione dei lavoratori, delle famiglie e dell’unità del paese? Non c’è in questo atteggiamento una riduzione di ambizione che apre il varco al rischio di ridurre il ruolo dei cattolici a quello di mero supporto degli equilibri politici esistenti? Si pensa davvero che su basi così precarie possa crescere, come anche noi auspichiamo, una nuova classe dirigente che sia, ad un tempo, fedele ai valori, e capace di coerenza nell’autonoma responsabilità delle mediazioni politiche? Sarebbe giusto, ed anche bello, che tutte le voci coinvolte nella vicenda potessero interloquire vuoi nel “dialogo familiare” con i vescovi sia in quell’ “opinione pubblica nella Chiesa” che resta una delle aspirazioni più coltivate e meno esaudite della comunità cristiana.





