Merlo: «C’è un caso Tg1, non Rai»
Giorgio Merlo su Europa del 30/12/2010

L’ennesima sentenza di un giudice sulle vicende Rai, con il reintegro di Tiziana Ferrario alla conduzione del Tg1, rischia di nascondere i veri problemi dell’azienda. Preoccupa, per esempio, il calo di ascolti del telegiornale di Raiuno.
Un dato in controtendenza con quello dell’azienda che anche nel 2010 ha vinto la gara degli ascolti nei confronti della concorrenza e si conferma leader nel campo dell’informazione, dell’intrattenimento e dell’approfondimento politico e giornalistico.
L’azienda culturale più importante del paese si conferma tale anche malgrado la crescente concorrenza e le polemiche che puntualmente la accompagnano nelle varie programmazioni.Resta irrisolto il problema del pluralismo. Ovvero, di come declinare un credibile pluralismo all’interno del servizio pubblico. Sia quando si parla di informazione, di approfondimento, di rubriche culturali o di semplice intrattenimento. Forse ha ragione il presidente della Vigilanza Sergio Zavoli quando dice che il pluralismo nel servizio pubblico non è nient’altro che una «sommatoria di faziosità». Purtroppo è così. E le crescenti “zone franche” che oggi caratterizzano la Rai, soprattutto nel comparto delle trasmissioni di approfondimento politico e giornalistico, lo confermano platealmente.
Regole che vengono puntualmente violate, atti di indirizzo della Vigilanza e della stessa azienda semplicemente aggirati con alcuni conduttori che sono assurti a leader intoccabili e a guru strapagati dal servizio pubblico e osannati dalla pubblica opinione. Dipendenti della Rai che, a differenza di altri, possono sbeffeggiare tranquillamente gli stessi vertici prescindendo da qualunque rispetto delle norme e delle regole aziendali, salvo trasformarsi in “martiri” della libera informazione appena vengono richiamati all’ottemperanza della stessa disciplina aziendale. Malgrado tutto ciò, ci sono ascolti, cospicui introiti pubblicitari e feeling sempre crescenti con settori cospicui della pubblica opinione italiana.
Infine, al di là delle polemiche strutturali e fisiologiche che caratterizzano da sempre ogni stagione della Rai – dopo le straordinarie gestioni di Bernabei e Agnes – non possiamo non evidenziare la debolezza dell’attuale vertice aziendale. Senza nulla togliere alle capacità dei singoli dirigenti le continue non scelte o le scelte discutibili che hanno caratterizzato la messa in onda di troppi programmi evidenziano un aspetto, tra gli altri: e cioè, la debolezza nell’assumere decisioni slegate dai condizionamenti eccessive dei partiti, di tutti i partiti ovviamente.
Indecisioni e titubanze che hanno accentuato la debolezza dell’attuale vertice e che richiede, al contempo, ormai una necessaria riforma della governance della stessa azienda. Ed è proprio sulla indispensabilità della riforma che la politica deve assumere adesso una iniziativa ormai non più rinviabile. Il Pd, da parte sua, una bozza di progetto di riforma l’ha già depositata. Ma la riforma si è resa necessaria sia per dare maggior efficacia alle scelte del vertice sia, soprattutto, per mettere al riparo lo stesso vertice dall’invadenza ormai insopportabile della politica e dei partiti. Una riforma a costo zero e che richiede solo la convergenza politica di entrambi gli schieramenti. Al di là delle radicali contrapposizioni politiche che dividono i partiti, chi continua a credere nella Rai, nel suo ruolo e nella funzione che continua a svolgere per milioni di italiani non può più opporsi ad una riforma che è ormai improrogabile. E questo non intacca la stessa legge Gasparri che, comunque, ha provocato più danni che benefici. Serve solo un atto di responsabilità e di coraggio politico.
In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’irrisolto conflitto di interessi continua a generare una situazione sempre più imbarazzante. Non è un caso che il tema ritorni ogni volta si incrocia una polemica attorno ad una accentuazione politica di parte della programmazione quotidiana della Rai. Sia sul fronte dell’informazione sia su quello dell’approfondimento.
Un conflitto di interessi che resta la vera palla al piede della politica italiana e che, fin quando non sarà risolto alla radice, continuerà a consolidare un’anomalia che produce effetti nefasti sulla stessa tenuta e qualità della nostra democrazia.
Comunque sia, la Rai nel nostro paese continua a svolgere un ruolo essenziale. E chi, come Fini, ne propone la privatizzazione lavora non solo per uccidere il servizio pubblico – e quindi liquidare ogni sorta di pluralismo – ma crea anche le condizioni per un ulteriore peggioramento dello stesso panorama informativo nel nostro paese. Una proposta da battere e da respingere politicamente alla radice. La Rai è ancora utile e necessaria. Tocca alla politica, soprattutto, creare le condizioni affinché il servizio pubblico continui a dispiegare la sua azione concreta libero dagli impacci dei partiti.





