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Mirafiori, le mille voci (diverse) dei Democrat

Raffaella Cascioli su Europa del 28/12/2010


Che senso hanno, se ce l’hanno, le relazioni industriali nell’era di Marchionne? È dal tipo di risposta a questa domanda, a cui non è estranea in parte anche una valutazione sulla credibilità dell’amministratore delegato della Fiat, che in realtà dipende un giudizio sull’accordo per Mirafiori. Un accordo dal quale resta esclusa la Fiom che proprio per domani ha convocato il comitato centrale con all’ordine del giorno le risposte da dare a fronte di un’intesa considerata «la più grave violazione delle libertà sindacali e dei lavoratori dal 1945». E così, mentre si sta perfezionando il contratto di lavoro per la newco di Pomigliano che inizierà ad assumere già dalla prossima settimana, il giudizio sul patto di Natale a Mirafiori rischia di dividere il Pd proprio mentre ieri sera Bersani al Tg3 ha definito «prioritari» sia gli investimenti che la valorizzazione degli impianti ma si è detto anche preoccupato per una possibile disarticolazione dei rapporti sociali.
In realtà, la distanza nelle posizioni interne al Pd riguarda il giudizio su un’intesa considerata regressiva in alcuni casi e l’unica possibile in altri. Una valutazione che, in parte, cambia a seconda della latitudine alla quale viene pronunciata.
Se la reazione a caldo del responsabile economia e lavoro del Pd Stefano Fassina era stata quella di bollare l’accordo separato su Mirafiori come «regressivo», ieri lo stesso Fassina ha insistito sul fatto che l’intesa non può fare scuola e che è irresponsabile la posizione del ministro Sacconi tanto più perché «in una fase così difficile per l’economia non giova a nessuno una stagione conflittuale».
Diversa e articolata è la posizione del Pd di Torino e Piemonte che proprio oggi pomeriggio tengono le riunioni delle segreterie regionali e provinciali per valutare l’intesa. Per il segretario regionale del Pd piemontese, Gianfranco Morgando, che nei giorni scorsi insieme al segretario provinciale del Pd Torino Paola Bragantini, ha avuto modo di incontrare le diverse sigle sindacali (Fiom, Fim, Uilm, Fismic), il giudizio per un’intesa che garantisce un investimento in grado di dare una prospettiva all’industria torinese non può che essere positivo: «Auspico che sia approvato dal referendum ». Proprio Morgando, che nei giorni scorsi aveva sottolineato l’importanza che l’intesa si concludesse in modo unitario, tiene però a precisare che «questo non vuol dire che tutto è positivo, anche se ci sono tempi e condizioni sufficienti per correggere quelle parti dell’intesa che non vanno». Per Morgando infatti la decisione che porta all’esclusione della Fiom dalla rappresentanza nello stabilimento non solo «è grave», ma «è anche un errore dal punto di vista dell’azienda perché è inevitabile che le diverse scadenze relative alla competitività richiedano un clima di condivisione delle scelte difficile da assicurare con l’esclusione di una grande componente sindacale».
E se non c’è dubbio che, a questo punto, anche per Morgando «la Fiat dovrà ora chiarire meglio i contorni dell’investimento», per il senatore del Pd Paolo Nerozzi non ci sono giustificazioni che reggano per un accordo come quello di Mirafiori dove «con spregiudicatezza » si sono volute cambiare le regole della contrattazione e della democrazia nei luoghi di lavoro stabilite con gli accordi del ’93: «Non solo Pomigliano non era isolato, ma così si toglie ai lavoratori la possibilità di eleggere la loro rappresentanza». E, questo, incalza Nerozzi che è d’accordo con le critiche di Cofferati, «è grave per Fiat e tanto più per chi quell’accordo l’ha sottoscritto». Se per Nerozzi di fronte a questo strappo che rompe ogni principio costituzionale non si può restare equidistanti, esistono poi almeno altri due problemi: «da un lato, Marchionne ha sbagliato il piano industriale scommettendo su una regressione del comparto auto in tutta Europa che non c’è stata ma che è stata sventata con investimenti in qualità e innovazione, dall’altro siamo poi così sicuri che il sistema di medie industrie di qualità sia così contento della distruzione di ogni regola e della fine della rappresentanza confindustriale?».
Per Alessia Mosca, segretario della commissione lavoro della camera, invece c’è necessità di affrontare il tema abbassando i toni «tanto più in un momento di crisi pesante come questo». Se è responsabilità di tutti una coesione sociale molto forte, spiega Mosca, «non si può pensare di affrontare con un alfabeto vecchio sfide nuove» e, dunque, l’accordo non può che essere giudicato positivamente e «non è un caso che tutti i possibili candidati sindaci a Torino siano favorevoli». «Si dice che bisogna essere territoriali – conclude – e allora si deve imparare anche ad ascoltare il territorio». Inaccettabili, invece, appaiono al capogruppo Pd in commissione lavoro della camera, Cesare Damiano, le nuove regole sulla rappresentanza tanto più che un accordo separato «sicuramente non favorirà corrette relazioni sindacali non solo negli stabilimenti Fiat». Su tutt’altra posizione si trova il senatore del Pd Giorgio Tonini, secondo cui quella di Mirafiori «è una sfida da raccogliere» se si vuole superare la stagione di bassa produttività e di bassi salari nel settore metalmeccanico. «Non è in discussione nell’accordo di Mirafiori il principio che tra imprese e lavoratori ci debba essere il sindacato – sostiene – quanto piuttosto la modalità con cui questo avviene spostando il potere dal livello nazionale a quello aziendale. Questo implica che il sindacato deve cambiare mestiere e riscoprire la propria vocazione all’interno dell’azienda».