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Non ci è bastata l’Unione?

Giorgio Merlo su Europa del 24/12/2010 e su Il Nostro Tempo del 24/12/2010

È inutile aggirare il problema. Il capitolo delle alleanze era e resta decisivo non solo per costruire l’alternativa a Berlusconi e al centrodestra ma anche, e soprattutto, per definire il profilo politico e culturale del Partito democratico. E il momento della scelta, inevitabile e scontata, è ormai prossimo. La tenuta del governo dopo l’imboscata di Fini, seppur di misura, e l’archiviazione di tutti quelli che già preconizzavano un governo di “responsabilità nazionale” restano sullo sfondo e da qui occorre ripartire per disegnare nuovi scenari e nuovi orizzonti. E il Partito democratico adesso deve uscire definitivamente dalle ambiguità e dagli ammiccamenti ora verso l’uno ora verso l’altro.
Senza fughe politologiche, è abbastanza scontato sottolineare che non è possibile costruire una coalizione di governo riproponendo il passato, recente o meno recente.Se la “gioiosa macchina da guerra” del 1994 è un semplice ricordo del passato che può essere citato solo per un fatto storico – e nulla più – è altrettanto scontato sottolineare che l’esperienza nefasta dell’Unione del 2006 può solo essere frettolosamente ricordata e immediatamente archiviata. Tutti sanno, piaccia o non piaccia, che quella formula forse può essere usata per battere momentaneamente il centrodestra. E tutti sanno, al contempo, che quella formula è radicalmente incompatibile con qualsiasi cultura di governo e che si limita a dar vita ad un cartello elettorale senza la benché minima valenza politica e programmatica. Scartate, dunque, quelle due ipotesi non resta che scegliere una formula – e cioè costruire un’alleanza – dove la prospettiva politica e la chiarezza programmatica siano prioritarie.
Gli errori, e le esperienze, del passato non possono e non devono più essere riproposti. Ora si deve voltare pagina definitivamente.
Sotto questo versante, il Pd deve, appunto, scegliere. O si ripropone una Unione in miniatura, una sorta di Unione “bonsai” con l’Idv e Sel – e magari con un accordo tecnico ed elettorale con i nostalgici del comunismo nostrano Ferrero e Diliberto – oppure si cambia strada e si costruisce una coalizione di governo con le forze moderate, a partire dall’Udc di Casini, per poi allargarsi ad altre forze della sinistra di governo. Una scelta di campo, appunto. Non è sufficiente nascondersi dietro ai governi costituenti o di “emergenza democratica”.
Come sappiamo, nessuno ci crede salvo i settori più intransigenti ed oltranzisti e drasticamente minoritari nella società italiana.
La vera scommessa è quella di costruire una prospettiva di governo che non si limiti ad essere prigioniera di pregiudiziali ideologiche o di singolari derive giustizialiste. Del resto, come è possibile dar vita ad una prospettiva di governo seria e credibile con alleati che sono accecati dal furore giustizialista e forcaiolo e continuano a scambiare la politica e il parlamento con un permanente tribunale dove si eseguono condanne ed espulsioni? Come è possibile costruire una coalizione seria e credibile con forze che pongono pregiudiziali di carattere ideologico – e quindi patetiche se non grottesche – nei confronti di partiti che esprimono una cultura centrista e moderata? Come è pensabile, quindi, vincere le elezioni – e di conseguenza governare – con alleati che radicalizzano il confronto politico ed estremizzano anche l’offerta politica? Occorre uscire, pertanto, dagli equivoci e dalle ambiguità. Il Pd deve avere la forza di definire un disegno politico che non sia figlio delle vecchie etichette e dei vecchi condizionamenti. Si deve fare una scelta di campo che può costare qualche sacrificio e qualche discontinuità rispetto al passato recente ma non è possibile restare inerti o limitarsi a vivacchiare in attesa di eventi sempre meno chiari. Una forte alleanza tra riformisti e moderati è oggi la carta vincente per competere contro il conglomerato conservatore che possiede ancora un successo considerevole nella società italiana. È inutile negarlo: il blocco sociale – soprattutto al Nord ma non solo al Nord – che si riconosce nel progetto della Lega e del Pdl continua ad essere intatto e forte.
In tutti questi anni non c’è stata la benché minima erosione e tutti coloro che lo auspicano si limitano a denunciare o la loro impotenza o la loro rassegnazione.
E più si radicalizza il confronto politico e più interi territori del nostro paese si rifugiano, forse anche stancamente, dietro alle maggiori rassicurazioni politiche e sociali offerte dalla destra di governo. Non è pensabile affrontare, o aggredire, le domande di questo granitico blocco sociale con il giustizialismo forcaiolo di Di Pietro e De Magistris o con l’avvenirismo utopico e profetico di Vendola. Alleati anche utili ma del tutto secondari per dispiegare una vera cultura di governo.
Ecco la scelta: avere come obiettivo quello di presidiare saldamente l’opposizione senza avere nemici a sinistra oppure invertire la rotta e candidarsi alla guida del governo nazionale? La risposta a questa domanda è nella coalizione che si costruirà.
Nessuna scelta sarà neutrale.
O si riproporrà il passato, con tutte le conseguenze del caso, oppure si intraprende un nuovo cammino capace di sprigionare potenzialità che sino ad oggi sono rimaste compresse nella tradizionale dicotomia tra destra e sinistra. E pazienza, se si intraprende questa nuova strada, se si rinuncia al ruolo salvifico e miracolistico delle primarie. Le ambizioni personali di Vendola non possono avere il sopravvento. E le stesse primarie, fonte di partecipazione ma anche di seri guai e problemi per il Pd – unico partito che le pratica non solo in Italia ma nella stessa Europa – non possono diventare la frontiera che sbarra la strada a nuovi progetti e a nuovi orizzonti. Se un partito diventa schiavo e prigioniero delle sue regole è il suo gruppo dirigente a uscirne del tutto delegittimato. È bene rendersene conto prima che sia troppo tardi.