Vendola con noi
Roberto della Seta e Francesco Ferrante su Europa del 23/12/2010

È in corso un esodo. L’esodo dei nostri elettori.
Lo dicono i risultati delle elezioni intermedie e lo dicono i sondaggi, secondo i quali ci hanno voltato le spalle tre, quattro milioni di persone che ci votavano, che avevano guardato con speranza alla novità portata in Italia dalla nascita del Partito democratico.
Lo dice l’esperienza quotidiana di ogni dirigente del Pd che abbia un rapporto vero con il territorio, relazioni con forze sociali, cittadini, con il corpo vivo della società: ogni giorno tocchiamo con mano la nostra perdita di attrattiva verso gli italiani soprattutto verso coloro che per ruolo sociale, per età persino, sentono di più la voglia e la necessità di cambiare il nostro paese, di provare a renderlo più moderno e più giusto.Insomma il Pd sempre di più rischia di assomigliare a un’aggregazione di nostalgici del ’900: il contrario dell’aspirazione per cui era nato. Questo il punto, drammatico, che dovremmo affrontare con decisione e su cui dovrebbero misurarsi gli organismi dirigenti del nostro partito.
A noi non pare che le cose dette in queste settimane attraverso dichiarazioni, comizi, interviste dal segretario e dai dirigenti a lui più vicini, mostrino consapevolezza del momento delicato che vive il Pd. Sicuramente non fermeremo l’esodo dei “nostri” con improbabili richiami al Comitato di liberazione nazionale e alla Resistenza: eredità troppo serie per prestarsi a improbabili attualizzazioni. In Italia non c’è una dittatura, la maggioranza degli italiani ormai è stanca di Berlusconi ma in pochi lo vedono come un tiranno sanguinario. Rievocando il Cln non recupereremo un solo voto, e tanto meno guadganeremo consensi tra quanti vogliono scardinare i conservatorismi di ogni tipo che immobilizzano l’Italia.
Ancora più inadeguata è questa idea di allearci con un più o meno fantomatico “Terzo polo”. Sia perché, naturaliter, né Fini e né Casini sembrano interessati, impegnati come sono in una battaglia tutta interna alla destra; sia perché una scelta così certificherebbe il nostro più grande fallimento: la rinuncia ad esercitare in prima persona, da riformisti, da partito moderno di centrosinistra, la capacità di attrarre ceti, interessi, cittadini che comunemente vengono chiamati “moderati” e che sono tra quelli hanno più da guadagnare da un vero cammino di riforme. Questa è la sola vocazione maggioritaria di cui il Pd non può fare a meno, pena la sua fine quale progetto politico dotato di senso.
Molti nostri amici obiettano che una volta scartate la proposta di un’unione di tutti gli anti-berlusconiani d’Italia e quella di un’alleanza al centro, non resterebbe che cedere alla cosiddetta «Opa ostile» di Vendola sul Pd, e rassegnarsi a un remake della «gioiosa macchina da guerra» umiliata da Berlusconi nel ’94. Qui c’è davvero un caso eclatante di presbiopia politica: nel gruppo dirigente del Pd sono attentissimi a qualsiasi stormir di foglie nel centrodestra (campo cui appartengono da sempre, è bene non dimenticarlo, Fini e Casini), mentre pochissimi si accorgono delle novità che maturano alla nostra sinistra. A chi scrive è assolutamente chiaro cosa ci distingue e ci rende diversi dalla sinistra radicale, ma come non vedere che Vendola non è Diliberto o Pecoraro Scanio, che il suo profilo e la sua proposta non sono affatto inconciliabili con la prospettiva di un’alleanza sia per vincere che per governare? E però non è su Casini e non è su Vendola che il Pd gioca se stesso. Abbiamo un futuro solo se torniamo a connetterci con il nostro popolo, cioè con tutti quelli che vogliono cambiare l’Italia; se invece di macerarci sulle alleanze torniamo a coltivare quel riformismo radicale che ispirava il discorso di Veltroni al Lingotto: un nuovo welfare che affronti non solo a parole il dramma della precarietà, una radicale riforma fiscale che sposti il peso dai redditi di lavoro e di imprese e colpisca i consumi di materia e di risorse e le rendite finanziarie e immobiliari, un investimento prioritario nella green economy come chiave per affrontare non solo le minacce ambientali e i cambiamenti climatici ma la stessa drammatica crisi economica in atto da cui sarebbe ben illusorio pensare di uscire così come ci siamo entrati.
Questo è il solo terreno su cui il Pd può riprendere vigore e ridare speranza, su cui possiamo ritrovare quei milioni di italiani che ci avevano dato fiducia e che di fatto abbiamo respinto. Senza snobismi, come guardare con sufficienza o insofferenza ai cosiddetti “rottamatori”: alla stazione Leopolda di Firenze c’era quel popolo e quello spirito senza il quale il Pd non esiste. Siamo ormai a un bivio: o recuperiamo rapidamente le ragioni fondative del Pd, e questo è il tentativo cui appartiene anche l’esperienza di Modem, oppure prima o poi bisognerà prendere atto che il progetto del Partito democratico, quel progetto e quel partito, sono falliti.





