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IL FINTO PACIFISMO DELLA LEGA
Federico Fornaro sul Riformista del 30-04-2011
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Stefano B.Galli, ricercatore di Storia delle dottrine politiche alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, parrebbe ormai aver preso nel cuore del popolo padano, il posto che fu del professor Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega delle origini. Dal gennaio di quest’anno, Galli, è diventato anche uno degli opinionisti di punta de “Il Giornale” diretto da Sallusti, oltre a continuare a collaborare con il quotidiano del Carroccio. Dopo aver dissertato sulla rabbia e l’orgoglio padano in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Galli,ora, si è cimentato nella non facile impresa di dare una copertura storico-culturale alle ultime esternazioni del Senatur in materia di politica internazionale. La sua tesi è quella che la presa di posizione della Lega radicalmente contraria alla partecipazione dell’Italia ai raid aerei Nato contro la Libia di Gheddafi, arriverebbe da lontano perché affonderebbe nelle radici ideologiche pacifiste fondative del movimento. Secondo il novello Miglio, infatti,la famiglia politico-culturale, erede della scuola europea del federalismo integrale, di cui farebbe parte a pieno titolo la Lega, guarderebbe «all’ordine politico sovranazionale secondo una visione autenticamente pacifica, poiché auspica la fondazione di un’Europa dei popoli, contro quella delle tecnocrazie, della burocrazia e della finanza, così come si è realizzata». Per Galli, infine, non si possono avere dubbi sulle ultime versioni del Bossi-pensiero perché «federalismo fa rima con pacifismo, ce l’ha insegnato Kant nella Pace perpetua».
Ora soltanto pensare di accostare Borghezio e Gentilini a Immanuel Kant fa perlomeno correre i brividi lungo la schiena e certamente non potrà che inorridire gli studiosi del filosofo tedesco, oltre ad essere un insulto all’intelligenza di chi legge. La cultura politica e la propaganda leghista, nei simboli e negli slogan, è tutto fuorché un modello di pacifismo. Senza ombra di dubbio è l’aggressività guerresca a essere la cifra della comunicazione del Carroccio fin dalle sue origini.
Le motivazioni della contrarietà della Lega all’azione Nato in Libia,invece, sono espresse in maniera più onesta e trasparente (senza tentare di ammantarle con improbabili richiami a radici storico-culturali) da “la Padania” quando titola in prima pagina “Bombe uguale più clandestini” e ieri “Più bombe = più spese per il Nord”.
Non vi è, dunque, alcuna visione ideale nella strategia leghista di contrarietà all’intervento armato nel conflitto libico. Al contrario, la linea politica del Carroccio è come sempre dettata da ragioni utilitaristiche, funzionali ad alimentare la paura dell’invasione dell’Italia (e del Nord) da parte dei clandestini. Nulla di nuovo sotto il sole: la Lega imprenditore politico della paura. Le dottrine del federalismo pacifista non centrano un bel nulla con il disagio espresso dalla dirigenza e urlato dai militanti della Lega a Radio Padania Libera in queste settimane. A loro interessa unicamente dimostrare all’elettorato intransigenza assoluta nella politica anti-immigrati, perché, come hanno scritto, con chiaro riferimento alla crisi economica: “Non c’è né più per nessuno”. A guidare l’iniziativa politica leghista,dunque, c’è unicamente il faro dell’egoismo economico (altro che visioni ideali pacifiste), con l’aggiunta di una competizione, ormai neppur troppo dissimulata, per la leadership del centro-destra del Nord: nelle imminenti elezioni amministrative (e nel dopo Berlusconi in alleanza con Tremonti).





