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L’UNIONE SALVI SE STESSA DAI NAZIONALISMI DEGLI STATI

Federico Fornaro sul Riformista del 12-04-2011

L’esplosione della “primavera araba”, con il corollario dei drammatici sbarchi di disperati a Lampedusa, hanno messo il dito sulla piaga: l’Europa è un gigante economico a cui non corrisponde un’adeguata forza istituzionale sia in politica estera sia sotto il profilo prettamente militare.Un dato di oggettiva debolezza che arriva da lontano, con gli stati membri gelosi della loro sovranità nazionale e determinati a non sottomettersi a un “governo europeo”, indisponibili a riconoscere l’autorità di un ministro degli esteri dell’Unione Europea e tantomeno a valutare l’opportunità della creazione di una forza di pronto intervento sotto il comando unico di Bruxelles.

Così, di fronte alla necessità/opportunità di gestire sotto l’ombrello UE la delicata vicenda dei migranti in fuga dall’altra sponda del Mediterraneo, in queste settimane, dai vertici della Commissione sono giunti solo flebili segni di esistenza in vita. Prese di posizione che per di più sono state coperte mediaticamente sia dal rombo dei bombardieri della Nato in volo sulla Libia sia dalle schermaglie dialettiche delle diplomazie dei singoli stati membri, schierate a difesa dei rispettivi interessi nazionali, quasi che l’Europa non esistesse.

E non basta poi giustamente ricordare come nel recente passato Berlusconi e il suo alleato più fedele, la Lega, non abbiano perso occasione per picconare l’edificio europeo e sbertucciare i funzionari e i vertici della Commissione Europea. Per parte sua, Maroni non dovrebbe stupirsi più di tanta della freddezza nei suoi confronti, quando gli ambasciatori del Carroccio nel Parlamento di Strasburgo rispondono ai nomi di Speroni e Borghezio. La Lega nella politica europea è da sempre messa ai margini,in quarantena, al pari dei partiti etno-regionalisti e populisti di altri paesi.

Il progressivo declino dell’immagine internazionale di Berlusconi ha poi fatto il resto.

Ma detto tutto questo, una politica estera europea autonoma e sovraordinata a quella degli stati nazionali, resta un’esigenza imprescindibile se si vuol tentare di affrontare problematiche epocali quali quelle dell’immigrazione e della diffusione della democrazia nei paesi arabi che sia affacciano sul Mare Nostrum, con le armi della diplomazia e dell’esempio e non delle bombe,.

Un Europa incapace di rafforzare il suo ruolo politico unitario è destinata a un lento,ma inesorabile declino, nonostante gli straordinari risultati ottenuti nel governo dell’economia continentale e la creazione di una moneta unica, una scelta lungimirante che ha dimostrato tutti i suoi benefici effetti durante la recente crisi economica mondiale.

La soluzione alla conclamata crisi politica dell’Europa non è, dunque, certamente il paventato divorzio prospettato da Berlusconi (impraticabile e disastroso da qualsiasi angolatura lo si voglia analizzare) ma l’esatto contrario: un autorevole governo europeo all’altezza delle gigantesche sfide proposte dalla globalizzazione e, nel lungo termine, la concretizzazione del sogno utopico dei federalisti europei: gli Stati Uniti d’Europa.

Oggi, dunque, la situazione reclama “più Europa” e non certamente “meno Europa”, come ha teorizzato il centro-destra italiano da diversi anni a questa parte.

Di fronte a una crisi conclamata delle istituzioni europee c’è assoluto bisogno di un colpo di reni per contrastare, in primo luogo, il diffondersi nell’opinione pubblica di forme più o meno mascherate di nazionalismo: un virus devastante che può rimanere silente per anni salvo poi riapparire con esiti nefasti, come la storia del Novecento è lì drammaticamente a testimoniare.

L’Europa politica deve battere un colpo non soltanto per dimostrare la sua esistenza in vita, ma soprattutto pensando ai bisogni e alle aspettative dei suoi 495 milioni di abitanti.