Fassino: “Sarò il piazzista della Torino che cambia”
Federico Geremicca su La Stampa del 25-07-2011
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Per dire le cose come stanno – o come in parte stavano – non è che poi servano tanti giri di parole: un bel pezzo della città s’era trasformato in cimitero. Forse il più grande cimitero d’Europa: dieci milioni di metri quadrati di scheletri di acciaio, vetro e cemento annerito dal declino e dal tempo.
Dieci milioni di metri quadrati fatti di vecchie fabbriche e enormi capannoni, di silos cadenti e depositi di merce d’ogni tipo; e poi magazzini, officine e palazzine liberty sede di Direzioni spazzate via negli anni come fossero foglie secche: dentro, qualche stucco e i segni di un lusso antico che non tornerà mai più. È quel che resta (che restava) della Grande Torino: sono le ceneri di Torino città dell’auto e dell’industria, «one town, one factory», come si diceva con qualche orgoglio e ora non si dice più.
Sono le ceneri dalle quali sta rinascendo – e in parte è già rinata – una città che, come un malato uscito da un lungo coma, da qualche tempo guarda con un po’ più speranza al domani che verrà. E da qualche tempo – un paio di mesi, cioè praticamente ieri – a vigilare sul presente e sul futuro di Torino c’è Piero Fassino, sulla cui trionfale elezione al primo turno devono aver pesato non poco quei sentimenti di inquietudine e timore che comunque serpeggiano in città: l’idea, insomma, che per l’antica capitale siano tempi decisivi; e in tempi decisivi meglio la continuità, una certa esperienza, piuttosto che vertiginosi e imprevedibili salti nel vuoto.
Nel suo austero studio a Palazzo di Città, Fassino non nega che possa esser anche così: e a spiegare quale crede sia il suo compito da oggi in poi, usa una parola – «trasformazione» – che forse è davvero la migliore chiave di lettura per intendere quel che è accaduto a Torino e quel che è di fronte al sindaco appena eletto. L’esordio è una confessione umanissima e comprensibile, considerato che arriva da chi, come lui, è nato qui, qui si è formato e proprio sotto la Mole ha cominciato la sua ascesa politica: «È inutile aver nostalgia di quel che non tornerà – dice senza amarezza – Ormai è più di vent’anni che Torino è nel frullatore di una trasformazione inarrestabile, che però ora ci permette di veder bene come, almeno qui, la crisi sia morte di qualcosa e nascita di qualcos’altro.
Ed è appunto su questo qualcos’altro che concentreremo i nostri sforzi». Per qualcos’altro, ovviamente, Piero Fassino intende tutto quel che non è industria, auto, «factory», Fiat, insomma. È la via giusta o è semplicemente l’unica via possibile? Michele Coppola, nemmeno quarant’anni, assessore regionale al Turismo battuto da Fassino alle ultime amministrative, non nasconde qualche perplessità: «È presto per esprimere giudizi fondati sul lavoro del nuovo sindaco, ma confesso di non aver capito la direttrice di marcia – dice Coppola -. Se l’idea è quella di puntare tutto su una sorta di “capitalismo municipale”, la vedo dura: non foss’altro che perché le risorse a disposizione sono quelle che sono. In più, non mi piace l’atteggiamento subalterno del sindaco nei confronti della Fiat, che investe in Russia e non dice quel che vuol fare qui a Torino, se non che la città sarebbe “strategica” per l’azienda. Un po’ poco, mi pare».
Che la vocazione industriale della città vada difesa per quanto possibile, lo sostiene anche monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, destinato a percorrere un buon pezzo di strada assieme al neo sindaco, visto che la sua nomina risale ad appena dieci mesi fa. Un paio di settimane fa Nosiglia si è recato a Palazzo di Città per incontrare Fassino, la sua giunta e il nuovo consiglio comunale, non nascondendo quel che pensa: «Io mi auguro che la tradizionale vocazione industriale della città venga continuata e sostenuta – spiega l’Arcivescovo – anche se Torino va ormai caratterizzandosi come una città di servizi che vive di terziario, turismo, finanze e cultura».
E avendo chiaro quanto sia incerto il futuro e difficile il compito di chi è stato chiamato al governo della città, propone alla politica «una alleanza, una sorta di patto in cui ciascuna componente si apra all’altra, nel dialogo e nella ricerca delle possibili convergenze». Una sorta di appello a «fare squadra», insomma, per usare un’espressione cara a Luca Cordero di Montezemolo. Piero Fassino certo non è contrario ad una sorta di «coesione cittadina» che sostenga l’azione del Comune, ma ha ben chiaro come – alla fine – il grosso del lavoro non potrà non ricadere su di lui. «Nell’esposizione del mio programma – dice – ho proposto di fare della trasformazione urbana il motore del rilancio della città.
Non è una scelta di ripiego: il riutilizzo, già avvenuto, di 6 milioni di metri quadri di aree industriali dismesse, ha segnato l’avvio di una sorta di rinascita e trasformazione dell’intera città. Bisogna completare l’opera sapendo, per esempio, che quando il passante ferroviario sotterraneo sarà completato, avremo a disposizione anche tutta l’area di Porta Nuova, stazione compresa. Da soli, naturalmente, non potremo metter mano alle opere per il riutilizzo anche di quelle aree, ma sapremo attirare capitali privati. E io sono pronto ad andare in giro per il mondo a vendere l’immagine le opportunità che Torino offre».
Torino è già, ormai, una «città universitaria», con 100 mila iscritti alle diverse facoltà (il 20% stranieri) ed un Politecnico che cresce di ruolo e di prestigio; è un importante polo finanziario; è una città ormai inserita a pieno titolo nel circuito turistico europeo. Ed è proprio il «cimitero industriale» di cui parlavamo all’inizio che ha reso possibili molti di questi exploit. La strada è stata tracciata da Castellani prima e da Chiamparino poi. Ora tocca a Fassino continuare il piccolo miracolo di una città che rinasce dalle sue ceneri. E poco importa – o forse importa molto – che si tratti di ceneri carissime: e di un cimitero che prima di diventare tale, fu scuola di vita, di politica e di battaglie per un sindaco che di quel tempo – però e per fortuna – pare non avere nostalgia…





