Garelli: “Si è spezzato il rapporto tra i cattolici e la politica”
la Repubblica del 02/10/2011
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«Mi stupisce il silenzio dei cattolici presenti nella base di molti partiti, a cominciare dal centrodestra. Il richiamo del cardinal Bagnasco è stato forte e chiaro, ma mi sarei aspettato che anche dai semplici elettori arrivassero iniziative dello stesso segno. Ma, occorre ammetterlo, i cattolici hanno ‘disimparato´ la politica, preferendo rifugiarsi nel volontariato». Franco Garelli, sociologo, tra i più attenti osservatori del rapporto tra fede e ideologie, inizia così la sua analisi sul lungo percorso che ha portato i cattolici, torinesi e italiani, fuori dalle istituzioni e dalla vita pubblica.
Non esiste più, a Torino, un´area cattolica in politica?
«Diciamo che molto è cambiato dall´epoca in cui questa città ha prodotto personaggi come Carlo Donat Cattin. Oggi nel solo centro della città convivono realtà cattoliche importantissime, dal Sermig alla Caritas alle Suore vincenziane all´Asai, veri e propri ‘ammortizzatori´ sociali grazie ai quali l´arrivo degli immigrati non ha provocato tensione eccessive. Ma all´interno dei due poli la voce cattolica è debole»
Ha ragione chi sostiene che non è più possibile stabilire una relazione precisa tra fede e scelte politiche?
«Non credo. Il fatto è che fin dagli anni Novanta la chiesa si è messa ad esercitare in proprio il suo ruolo di lobby in difesa di principi come la preminenza della famiglia o la prudenza nella bioetica che la maggior parte degli italiani ancora condivide. Mentre i singoli credenti hanno imboccato la strada del volontariato».
Al Gruppo Abele invece che al partito?
«In un certo senso sì. La politica ha cominciato ad apparire agli occhi dei cattolici praticanti come il luogo del compromesso, se non del malaffare. Ed è diventato più appagante impegnarsi in azioni magari circoscritte ma certamente efficaci, come soccorrere famiglie bisognose o organizzare il doposcuola e le lezioni di italiano per i bambini marocchini o cinesi. Così facendo però si è cancellata una tradizione, quella che prevedeva per chi si formava in parrocchia anche la possibile opzione del partito o delle istituzioni come verifica del proprio impegno».
Non intravede, né a sinistra né a destra, leader politici riconoscibili come cattolici?
«Magari ci saranno anche, ma è chiaro a tutti che la leadership dei due schieramenti principali, è fortemente laica. Magari il centrodestra è disponibile a un maggiore ossequio formale e a garantire alcuni vantaggi alla chiesa, mentre molti cattolici sono disposti a individuare nel centrosinistra più rigore morale. Ma i valori più importanti sono ugualmente fuoriusciti dalla vita politica. Solo poche aree, come Comunione e Liberazione, hanno mantenuto forme di organizzazione in grado di interloquire, ma naturalmente non rappresentano tutti».
L´indignazione cattolica, dunque, resterà confinata alle parole dei vescovi?
«Spero di no. Ma le stesse gerarchie ecclesiastiche non possono aspettarsi che dalla base dei credenti nasca un´iniziativa politica che, oggi, essa non è in grado di esprimere. Occorrono passaggi intermedi, scuole di politica mirate a rispondere a poche ma fondamentali domande: qual è il grado di compromesso che è possibile accettare? Come si conciliano interessi diversi? ».
Chi può svolgere questo ruolo?
«Le associazioni e i movimenti, ma con le persone giuste. Di recente ho ascoltare Guido Bodrato su un tema apparentemente poco appassionante come l´abolizione delle Province. Ed è consolante sentir parlare qualcuno che conserva ancora una visione generale dei problemi».





