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LE CINQUE TERRE FERITE
Federico Fornaro su Il Riformista del 28/10/2011
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Le Cinque Terre sono state dichiarate dall’Unesco, nel 1997, “patrimonio dell’Umanità” e sono certamente uno dei luoghi simbolo della Bella Italia nel Mondo. Oggi, quest’angolo con bellezze e un paesaggio assolutamente straordinari è ferito: una terra sfregiata da un’alluvione che ha colpito in particolare due dei suoi gioielli (Vernazza e Monterosso).
Le immagini delle frane e dell’esondazione di rii e torrenti hanno fatto il giro del mondo, riproponendo le polemiche sulla mancata prevenzione e la insufficiente tutela del territorio, che immancabilmente si riaffacciano alla ribalta delle cronache all’indomani delle disgrazie, salvo ritornare rapidamente nei cassetti delle redazioni e dei governanti di turno.
In questi momenti,poi, è prevalente nei commenti e negli umori della gente la ricerca del “grande colpevole”, di un unico responsabile da punire esemplarmente, dimenticando,invece, che al di là di episodi singoli su cui è giusto che intervenga la magistratura, ci troviamo di fronte a problematiche complesse, che affondano le loro origini nella storia del nostro paese e dell’uso (abuso) del suolo.
Nella drammatica vicenda delle Cinque Terre,infatti, colpisce come le distruzioni materiali siano avvenute in comuni che sono inserite nell’omonimo Parco Nazionale, in aree quindi soggette da molto tempo a vincoli e restrizioni pesanti nella localizzazione, nella costruzione di nuove abitazioni e anche nella ristrutturazione di quelle esistenti.
Al netto di possibili abusi individuali, dunque, anche l’attento controllo sia dell’attività edilizia sia di quella urbanistica di un territorio si sono dimostrati insufficienti a evitare il pesante bilancio umano e materiale dell’alluvione.
E’ invece assolutamente vero (come ci ripetono spesso gli ambientalisti e gli esperti) che l’Italia ha oltre il 70% del suo territorio soggetto a rischio idrogeologico: un dato sistematicamente dimenticato in occasione della stesura dei bilanci dello Stato e delle Regioni.
Per parte sua, l’uomo contemporaneo ha continuato a ignorare questo limite naturale e in particolare negli anni sessanta e settanta ha costruito senza rispetto della “vita” naturale dei corsi d’acqua, violentando le sponde, consentendo di costruire “dentro” i letti dei torrenti e dei fiumi, cementificando senza criterio. L’ “uomo ligure”,poi, si è contraddistinto per la particolare ferocia costruttiva, fino ad arrivare ai fenomeni meglio noti come “rapallizzazione”.
Oggi, poi, agli errori del passato (difficilmente rimediabili) hanno finito per aggiungersi altri fattori critici: l’abbandono dei coltivi in collina con conseguente mancata regimazione delle acque superficiali, robusti tagli alle risorse per le manutenzione di strade comunali e provinciali e,da ultimo, i mutamenti climatici che hanno trasformato (come nel caso dell’ultima alluvione) i tradizionali “violenti temporali” in autentiche “bombe d’acqua” contro cui è praticamente impossibile combattere (anche nella delicata fase dell’allertamento e della prevenzione).
E’ perciò urgente cambiare registro per aumentare a tutti i livelli, cittadini compresi, di cosa significa vivere in un territorio così esposto al rischio di frane e allagamenti.
Se,invece, come è sempre accaduto nel passato, tra qualche settimana tutto finirà nell’oblio, perpetuando errori e ritardi, da qualche parte dello stivale, altre “bombe d’acqua” colpiranno territori portando distruzione e morti: una moderna guerra metereologica di cui ci ostiniamo – colpevolmente – a ignorare l’esistenza.





