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Solo gli italiani possono salvare l’Italia

di Mario Draghi, su Il Sole24 Ore del 13/10/2011

Gli interventi realizzati nella scorsa estate avviano la finanza pubblica italiana lungo un sentiero di maggiore sostenibilità. Ma ciò non basta. Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio. Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale. L’obiettivo di rilanciare la crescita è finalmente oggi largamente condiviso, ma l’adozione delle misure necessarie si è finora scontrata con difficoltà apparentemente insormontabili.

Eppure, sia la storia sia gli elementi positivi che oggi pur si colgono nel Paese mostrano che esso non è al di sopra delle nostre possibilità. Nel 1950 pochi osservatori avrebbero scommesso che nel giro di un paio di decenni l’Italia sarebbe diventata una economia industriale europea. Il Paese dimostrò allora una straordinaria capacita di adattare le tecnologie importate alle condizioni del Paese, di utilizzare per la moderna industria l’inventiva e la flessibilità dell’artigiano e del piccolo imprenditore. Il distretto industriale e una impresa pubblica per anni fucina di manager e di innovazione attrassero in modi diversi l’attenzione del mondo. Fu l’unica volta dopo l’Unità che per un lungo periodo il Mezzogiorno crebbe più dell’intero Paese: dal 1951 al 1973 il rapporto fra prodotto pro capite a prezzi correnti del Sud e prodotto nazionale pro capite salì dal 63 al 70%.

Possiamo pensare che un sistema sociale, un’imprenditoria, una manodopera che furono i protagonisti della lunga fase di crescita impetuosa e poi ancora attraverso i difficilissimi anni Settanta e i cambiamenti del contesto esterno nel decennio successivo abbiano consumata tutta la loro forza? Il Paese è ancora ricco di imprese di successo, anche in comparti chiave come la robotica e la meccanica; non mancano nella società indicazioni di una vitalità tutt’altro che spenta. Le capacità di progresso del Mezzogiorno sono testimoniate da diversi casi che indicano come si possano superare arretratezze e valorizzare i potenziali dell’area. Ne è un esempio il recupero urbano di Matera e di altri centri storici del Mezzogiorno che hanno saputo acquisire nuova vitalità ambientale e culturale. In Sicilia, Puglia, Campania non mancano esperienze positive nei comparti dell’elettronica, delle fonti rinnovabili, della meccatronica, della componentistica.

Nel Paese non mancano dunque vitalità e voglia di crescere, anche se non sufficienti a imprimere forza alla crescita. Perché è tanto difficile realizzare interventi in grado di invertire il trend negativo degli ultimi anni?

È importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani. Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’Oltralpe risolva i nostri problemi. Come in altri momenti della nostra storia, oggi non è così. È importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi. Per due ragioni. La prima è che il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della crescita non sono una imposizione esterna, sono problemi che vanno risolti soprattutto a beneficio dell’Italia. È un dovere verso i giovani e verso noi stessi. La seconda ragione è che la cooperazione europea, mai come oggi indispensabile, si basa giustamente sull’assunto che ciascun membro faccia la propria parte. Solo i Paesi che si assumono le proprie responsabilità – quelle dell’Italia sono oggi particolarmente rilevanti – e che mantengono con rigore gli impegni presi sono partner credibili, a maggior ragione nella fase di ulteriore integrazione e condivisione di doveri che si prospetta per l’Unione Europea.

Occorre agire con rapidità. È stato già perso troppo tempo. Aumenti dei tassi di interesse della dimensione di quelli verificatisi negli ultimi tre mesi, se protratti, avrebbero l’effetto di vanificare in non piccola parte le misure approvate con i decreti legge convertiti in settembre, con un ulteriore possibile effetto negativo sul costo del debito, in una spirale che potrebbe risultare ingovernabile. È necessario che i decreti attuativi siano promulgati senza indugio, soprattutto quelli con riferimento alla riduzione permanente della spesa corrente. Quanto alla crescita, l’urgenza deriva non solo dagli effetti positivi che ne scaturirebbero sulla finanza pubblica, ma soprattutto dal dovere non più eludibile che abbiamo nei confronti dei giovani, un quarto dei quali senza lavoro.

L’Italia deve oggi saper ritrovare quella condivisione di valori comuni che, messi in sordina gli interessi di fazione, è essenziale per mobilitare le energie capaci di realizzare in anni non lontani, una rigogliosa crescita economica e di offrire credibili speranze alle nuove generazioni.

Mario Draghi è il Governatore della Banca d’Italia
L’articolo è uno stralcio del discorso di ieri al Convegno per le elebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia