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La scommessa della centralità e il rischio del cerino

Pietro Ignazi su Il Sole24 Ore del 20/11/2011


In tutt’Europa i governi dei paesi travolti dalla crisi finanziaria hanno dovuto lasciare la mano. In Irlanda, Portogallo e Spagna (come vedremo domani) vi è stato un ribaltamento di maggioranze. In Grecia si è insediato un governo di unità nazionale guidato da un tecnico ma con ministri che rappresentano i vari partiti.

E da noi ha appena ottenuto la fiducia un governo tecnico super partes, sostenuto da quello che, mutatis mutandis, un tempo si definiva l’arco costituzionale e che oggi si tradurrebbe in “arco di responsabilità”.
La peculiarità italiana è che il maggior partito di opposizione non ha scalpitato per andare alle elezioni e riscuotere il consenso che tutti i sondaggi gli accreditano. La tentazione c’era, soprattutto da parte della segreteria, ma alla fine ha prevalso una linea di “responsabilità”. Una linea che comporta rischi e benefici.
Partiamo dai rischi. Mentre la prospettiva delle elezioni avrebbe messo il Pd al riparo da ogni conflitto interno, la decisione di appoggiare il governo Monti sottopone invece il partito a spinte contrastanti. Da un lato c’è la pressione esterna della sinistra radicale. Il Pd non è incalzato tanto e solo dalla formazione guidata da Nichi Vendola i cui ondeggiamenti dimostrano quanto incerta sia la sua strategia, stretta tra la disponibilità pro-Monti del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, astro nascente della sinistra (non solo radicale), e le pulsioni barricadiere dei movimenti che ruotano attorno al partito. È la Cgil il nervo scoperto del partito.

Tra le componenti sociali di rilievo, il sindacato guidato da Susanna Camuso si è distinto per freddezza e scetticismo. I ripetuti richiami di Monti all’equità, finora, non lo hanno tranquillizzato. Se la Cgil incrementasse il livello di conflittualità ai primi provvedimenti del nuovo governo il Pd entrerebbe in affanno. A questo si aggiunga l’area magmatica della protesta giovanile che incomincia a prender corpo anche con modalità di fortemente aggressive. In sostanza il Pd è scoperto a sinistra. E tra i più anziani di origine comunista circola il timore di fare la fine del Pci anni Settanta, quando Berlinguer e Lama accettarono l’austerità senza ricavare alcun beneficio.
Ma, al di là del fatto che il Pd dovrebbe percepirsi come ben diverso dal vecchio Pci, questa volta ai rischi si contrappongono dei possibili, importanti, benefici. Il primo è tutto interno. Le tradizionali divisioni correntizie appaiono superate. È emerso un consensus generale sulla scelta pro-Monti. Un primo passo per uscire dalle secche di contrapposizioni ossificate e sempre meno digeribili dal popolo di sinistra. Il secondo è più immateriale e riguarda l’immagine del partito presso l’elettorato italiano. Nonostante i dirigenti democrat rivendichino – a ragione – il carattere governativo, di affidabilità e competenza, del loro partito, molti elettori non pregiudizialmente ostili non la pensano così. Allora questa è l’occasione per dimostrare che il Pd è un “partito naturale di governo”, un country party per usare l’espressione che i conservatori inglesi facevano valere per convincere gli elettori incerti. Un sostegno pieno e convinto al governo Monti, soprattutto qualora il PdL facesse resistenza su vari provvedimenti, rimanderebbe sul Pd l’aura di partito responsabile. Una volta compiuta l’opera di risanamento sarà chiaro a chi spetta il merito di aver anteposto gli interessi collettivi a quelli di parte.
Conquistare la “centralità” politica (cosa diversa dall’essere il, o al, centro) nella percezione dell’elettorato è un asset di grande valore. Vedremo se il Pd ne sarà capace.