UNA NUOVA DISCIPLINA DELLA CITTADINANZA. LE PROPOSTE E L’IMPEGNO DEL PD
di Andrea Giorgis, Presidente Assemblea Regionale PD
Il Partito Democratico ha aderito alla campagna “L’Italia sono anch’io” e promuove la raccolta di firme per una nuova disciplina della cittadinanza e per il riconoscimento del diritto di voto agli stranieri
Si tratta di una riforma strutturale e a costo zero, che può contribuire a rendere il nostro Paese non solo più giusto e più unito ma più dinamico ed economicamente più solido.
L’esplosione del fenomeno migratorio ripropone, in una nuova e inedita versione, pressoché in tutti i Paesi dell’Europa continentale, una situazione che era tipica dell’ordinamento feudale e cetuale pre-rivoluzione francese: persone che stabilmente convivono e lavorano nello stesso contesto materiale e sociale sono sottoposte a regimi giuridici differenziati, sono diverse di fronte alla legge e non godono degli stessi diritti fondamentali.
Oggi la cittadinanza dei paesi ricchi rappresenta, infatti, per molti aspetti, un vero e proprio “nuovo” privilegio di status: è fattore di esclusione e discriminazione anziché, come all’origine dello Stato nazionale, di inclusione e parificazione. Basti pensare alla differente disciplina cui sono soggetti i cittadini optimo iure rispetto ai semi cittadini con permesso di soggiorno, o ai minori stranieri nati in Italia e/o in Europa, o ai rifugiati, o ancora agli irregolari e ai clandestini; nonché, sul versante esterno, al diverso valore delle cittadinanze dei Paesi ricchi rispetto a quelle dei Paesi più poveri.
Il Presidente Giorgio Napolitano, nel promuovere le condizioni per far uscire il nostro Paese dalla grave crisi (economia, politica e sociale) che lo attraversa, ha pronunciato parole importanti su questo tema, definendo i bambini e i ragazzi di origine straniera “parte integrante dell’Italia di oggi e di domani” e ricordando che costoro se formalmente non sono nostri concittadini, lo sono però nella vita quotidiana, nei sentimenti, nella percezione della propria identità. Chi non lo comprende – sono ancora le parole del Presidente Napolitano – dimostra “di non saper guardare alla realtà e al futuro”.
Se si riflette sulle norme che oggi definiscono e strutturano la convivenza sociale e politica, nonché il senso di appartenenza allo Stato e al popolo (al quale spetta l’esercizio del potere sovrano) emerge uno scarto profondo tra l’essere e il dover essere prescritto dalla nostra Costituzione.
Anche per colmare questo scarto, il Partito democratico, fin dalla precedente legislatura (C. 457 Bressa e altri), ha proposto una nuova disciplina della cittadinanza.
L’idea di fondo che caratterizza la proposta di legge potrebbe essere così sintetizzata: tutti coloro che stabilmente vivono e lavorano in Italia e sono dunque sottoposti alla sovranità della Costituzione e delle leggi devono essere (e/o poter diventare) cittadini italiani.
Ad una concezione di tipo “naturale” o “etnico” della cittadinanza, che tende a individuare l’elemento qualificante dell’appartenenza al “popolo” in fattori oggettivi, che trascendono la volontà e che attengono prevalentemente al passato, come la lingua, la discendenza, la religione, la storia, si propone di sostituire una concezione della cittadinanza di carattere “volontaristico” o “elettivo” che tende ad individuare l’elemento qualificante e unificante il popolo (al quale l’art.1 Cost. riconosce la sovranità), più che nel sangue e nella storia, nella comunanza di idee (intesa come adesione ai principi del pluralismo, dell’uguaglianza e della libertà), di speranze e quindi soprattutto di futuro.
Si tratta di una idea di cittadinanza coerente con i principi fondamentali dello Stato costituzionale contemporaneo e con la realtà sociale che questi principi si trovano a disciplinare.
Prevedere, come prevede la proposta di legge avanzata del Partito democratico, che la cittadinanza possa essere acquisita da chi non è figlio di cittadini italiani – non più solo per concessione (discrezionale) ma – anche per attribuzione (art.4) e per nascita (art.1) significa infatti dare attuazione al principio di uguaglianza, in tutti i suoi molteplici profili a cominciare da quello dell’uguaglianza di fronte alla legge e, nel contempo, prendere sul serio il principio democratico, inteso come diritto di ogni essere umano di poter prendere parte alla definizione delle leggi che disciplinano la società in cui stabilmente vive e lavora.





