Il Pd malato e i partiti ormai entrati in quarantena
di Piero Ignazi – Il Sole24 Ore del 16/12/2011

I partiti sono entrati in quarantena. Su questo non ci sono dubbi, tutti concordano. Ma questa situazione è sintomo di una grave malattia del nostro sistema democratico? Siamo sull’orlo di un passaggio di regime, “dalla politica alla tecnica” per usare in formula in voga che non vuol dire assolutamente nulla? Intanto sgombriamo il campo da un equivoco: non esiste democrazia – così come è stata concepita dai moderni – senza pluripartitismo.
Ovviamente questa è una condizione necessaria ma non sufficiente: poi vengono tutte le altre regole, norme, prescrizioni proprie delle democrazie liberali in senso lato. Insomma, i partiti devono esserci e devono poter funzionare senza impedimenti; e oggi, in Italia, continuano a vivere e, persino, a prosperare.
La peculiarità del caso italiano è data dal fatto che i partiti (non tutti comunque, solo i maggiori) si sono autoassegnati un ruolo, temporaneo, di retroguardia, lasciando le chiavi del palazzo ad “esterni” i quali però, particolare fondamentale, devono agire con le regole giù definite e già in atto in precedenza. Non è arrivato nessun generale De Gaulle, con poteri eccezionali e con una nuova costituzione in mano, come accadde in Francia nel 1958. Anche il governo del professor Mario Monti si propone di “salvare l’Italia” dalla catastrofe, ma non si sente investito da alcuna missione, né manifesta disprezzo per il parlamento e i partiti, tutt’altro. Siamo solo al passaggio dalla partitocrazia alla “partito-penia”, ad un ruolo molto più circoscritto e limitato dei partiti.
La debolezza attuale dei partiti nell’arena governativa è tuttavia controbilanciata dalle loro solide risorse materiali e dalla loro pervasività nel settore pubblico. I partiti continuano ad essere “potenti”, cioè a definire nomine e carriere, a distribuire benefit di vario tipo, a determinare, a livello sub-nazionale, tutte le decisioni. Solo che sono considerati sempre meno legittimi. Non si crede più che agiscano in nome e per conto della collettività. La loro autoreferenzialità li isola dal sentire comune. E questo stato di emarginazione indebolisce ulteriormente la loro funzione espressiva, la loro capacità di dar voce alle domande dei cittadini.
I partiti si trovano oggi stretti tra il governo tecnico, nato in nome di un interesse generale e collettivo, e il sindacato che appare ancora in grado di mobilitare l’opinione pubblica. Se i partiti devono tacere e ingoiare la medicina propinata dai professori, i sindacati sono invece liberi di esprimere posizioni diverse e di agire di conseguenza, supplendo in qualche misura alla funzione espressiva dei partiti.
In questa situazione chi si trova peggio di tutti è il Pd. Il partito di Bersani rischia di perdere l’aura di “oppositore” conquistata in questi ultimi anni e di lasciarla o alla Lega in un paradossale scambio di ruoli, o ad altre espressioni della società civile, dal sindacato, appunto, a movimenti come i grillini. La possibile protesta in arrivo troverà il Partito democratico sul banco degli accusati, allo stesso livello del Popolo della Libertà (Pdl), e in rotta di collisione con tutti i sindacati a incominciare dalla Cgil.
I grandi partiti hanno fatto un passo indietro ma la loro quarantena non mette a rischio la democrazia. Semmai le consente di trovare una sua normalità, laddove per normalità si intende una competizione meno ideologizzata e demonizzante, partiti meno autoreferenziali e più in sintonia con la società civile, una classe politica più “presentabile”. Il silenziatore imposto ai partiti, alla fine, può essere rigenerante per i sistema politico. Anche perché la democrazia non si esaurisce nei partiti: la società ha molte modalità e forme di espressione, utili e necessarie tanto quanto i partiti.





