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Sì al proporzionale. Non siamo obbligati a stare con Di Pietro

Intervista a Dario Franceschini su La Stampa del 19/12/2011 – di Carlo Bertini

Quando si andrà a votare nulla sarà più come prima: dopo un anno e passa di cogestione, di grandi riforme e con la nuova legge elettorale, non si può dire come ci si presenterà alle urne». Anche per questo Dario Franceschini è disposto a scavalcare il tabù del maggioritario, fino ad evocare il proporzionale «che potrebbe salvare il bipolarismo senza costringere ad alleanze forzate». Lanciando un segnale «a chi nel Pd è nemico della foto di Vasto con Vendola e Di Pietro: non si può volere una legge elettorale che ci obbliga a quella alleanza, come lo sono il porcellum o il mattarellum».

Ci spiega perché ha consigliato a Monti di «non dire più noi e voi»? Insofferenza verso i professori che salgono in cattedra e bacchettano la Casta?
«No, ma lo schema dei tecnici che fanno cose buone mentre il Parlamento le insabbia non va. Lo stop alle liberalizzazioni è maturato dentro il governo e per le pressioni del Pdl sulle farmacie, mentre noi ci siamo opposti. E consiglio ora di procedere in parallelo con liberalizzazioni e mercato del lavoro, andando avanti con un metodo di concertazione in cui alla fine la politica decide: non dando schiaffi a sindacati e categorie, ma convincendoli».

Se è vero che il Pd soffre più di altri questa manovra, come mai sale nei sondaggi?
«Intanto ora c’è un governo che ha sostituito quello di Berlusconi, e per noi è un fatto positivo, ma certo abbiamo un elettorato che su alcuni temi è molto sensibile. Ogni miglioramento della manovra passa per forza attraverso un’intesa con la destra, il che non soddisfa ovviamente i nostri elettori, ma abbiamo fatto il possibile in questo quadro. Penso che gli italiani, che singolarmente hanno motivi di arrabbiatura e insofferenza, sanno che l’atto di maggior responsabilità che può fare un partito è fare il possibile per salvare l’Italia».

A proposito di responsabilità, come farete a restare alleati con Di Pietro dopo questo strappo?
«E’ chiaro che lui ha scavato un solco molto profondo con questa scelta che sta accentuando ogni giorno con i suoi attacchi strumentali al Pd. Ma alla fine di questo anno e mezzo sarà tutto così modificato che non saranno queste le giornate determinanti per costruire le future alleanze. E’ difficile pensare che si chiuda questa fase come una parentesi e torni tutto come prima. L’unica cosa che so è che resteranno alternativi Pd e Pdl, il resto cambierà tutto».

Chiarito che nessuno ha voglia di andare a votare, il prossimo scoglio serio da superare sarà il referendum. Farete una nuova legge elettorale entro giugno?
«Se la Consulta giudicasse ammissibile il referendum, a quel punto il Parlamento avrebbe due mesi per cambiarla. Altrimenti si andrebbe a votare e il porcellum verrebbe travolto. Ma anche se il referendum non venisse ammesso, il Parlamento farà una nuova legge, se vogliamo tutti continuare a girar per strada. E posto che molti scenari non ci sono più, come lo schema di un’alleanza da Vendola a Casini per battere Berlusconi, è finita anche la stagione delle leggi elettorali propedeutiche ad uno scontro frontale. Alla fine dell’emergenza sarà dimostrato che i due grandi soggetti politici Pd e Pdl reggono la prova della storia. E siccome tutti si lamentano in casa Pd di essere sempre costretti ad alleanze forzate, basta con i sistemi che ti obbligano, con il collegio uninominale a turno unico o con il premio di maggioranza. Serve un sistema in cui gli alleati li scegli attorno a dei programmi, che consenta di far vivere ugualmente il bipolarismo».

Un proporzionale alla tedesca?
«Diciamo qualcosa che gli assomigli. E comunque ancora non vi è alcun accordo di merito tra i partiti. Se non un’intesa di metodo, per procedere con alcune riforme essenziali, compresi i regolamenti delle Camere e la riduzione dei parlamentari».