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Astenuti, indecisi schede bianche e nulle un cocktail esplosivo
Federico Fornaro su Il Riformista del 29/01/2012
C’è un fantasma che si aggira nei palazzi della politica romana e terrorizza i sondaggisti. E’ l’elettore indeciso. In questa delicata fase della vita della nazione,poi, la crescita dell’incertezza sulle opinioni di voto si accompagna a una critica crescente contro il sistema dei partiti, sintetizzata dalla campagna martellante contro la casta parlamentare. Il fenomeno, infatti, sta assumendo proporzioni assolutamente eccezionali (e preoccupanti per la tenuta delle istituzioni democratiche). Alcune ricerche demoscopiche realizzate di recente, infatti, stimano l’area potenziale del non voto significativamente sopra il 40%; un livello che rischia di rendere quasi inservibili i dati sulle performance dei singoli partiti e degli schieramenti, oltre a essere un inequivocabile segnale di disaffezione assai pericolosa per la stessa democrazia.
Nonostante l’accelerazione di questi ultimi mesi,però, è necessario osservare come il fenomeno arrivi da molto lontano e abbia assunto oramai caratteri strutturali per il nostro sistema politico.
Secondo gli approfonditi studi dell’Itanes (il gruppo di ricerca coordinato dall’Istituto Cattaneo di Bologna) gli individui che si ritengono “vicino:molto o abbastanza” a un partito, infatti, sono passati dal 77,8% del 1968 al 23,3% del 2008, quelli “vicini ma solo simpatizzante” dal 5,4% al 27,9%; mentre coloro che si dichiarano “non vicino” sono arrivati nel 2008 al 48,8%, partendo dal 16,8% del 1968 (+30%).
Un fenomeno che ha,inoltre, caratteri di trasversalità e colpisce indistintamente tutti gli schieramenti.
Nel 1968 si ritenevano “vicini” (molto,abbastanza,simpatizzante) il 91,8% degli elettori che si autocollocavano a “sinistra” (nel 2008 erano scesi di oltre 20 punti al 71,1%) e l’88,2% di quelli di “centro-sinistra” (70,3% nel 2008).
Analogo trend in discesa al “centro” (dall’88,9% al 40,4%), nel “centro-destra” (92,9% contro 65,4% e nella “destra” (91,1% nel 1968 rispetto al 71,1% del 2008).
L’analisi riferita alle principale zone geopolitiche,invece, si segnala (dati 2008) un maggiore indice di distacco dai partiti nel sud (solo il 45,5% degli intervistati dichiara la sua vicinanza a un partito), mentre il più elevato grado di attaccamento si segnala nel nord est (56%) e nella cosiddetta zona rossa (55,2%). Un altro indicatore,inoltre, segnala da tempo una crescente difficoltà nel rapporto continuativo tra partiti ed elettori: la tempistica di decisione di voto.
Spesso,infatti, si è portati a pensare (erroneamente) che l’espressione della grande maggioranza del corpo elettorale sia il frutto di convincimenti razionali maturati e consolidati nel tempo, sottoposti a valutazione critica rispetto al tipo di scadenza (politica o amministrativa).
Le ricerche sui comportamenti dei cittadini,invece, indicano la presenza di una quota crescente di elettori che decidono a chi dare il loro consenso al momento di entrare nel seggio (7,6% nel 2008), nell’ultima settimana (11,8%) e qualche settimana prima (13,0%). Soltanto circa la metà del corpo elettorale ha convinzioni radicate e dichiara di decidere “molto prima” (51,3%).
Per molto tempo l’astensionismo nel nostro Paese è stato spiegato come la risultanza di un problema di scarsa cultura civica e di fenomeni di marginalità sociale e territoriale riconducibili ad alcune,limitate, fasce della popolazione. In sostanza, cittadini ai margini della società e privi di strumenti critici e di conseguenza, difficilmente recuperabili alla partecipazione democratica. In effetti i tassi di astensionismo in Italia sono stati per decenni tra i più bassi d’Europa e delle maggiore democrazie occidentali.
Negli ultimi anni,invece, il “fantasma” del non voto ha iniziato ad assumere carattere nuovi e potenzialmente devastanti. Da prodotto negativo di una scarsa socializzazione politica,infatti, la decisione di non recarsi alle urne, ha assunto il carattere di un atto intenzionale, compiuto in modo meditato e maturo da cittadini-elettori che sarebbero interessati a partecipare, ma che non si riconoscono più nei partiti e non trovano nella dinamica politica attuale gli stimoli necessari per recarsi a votare.
Il “non voto”,quindi, assimilabile a un vero e proprio gesto di punizione nei confronti della politica nel suo insieme, sempre più spesso diretto contro i comportamenti del partito e dello schieramento di riferimento.
In altri termini, all’incapacità di decidere si è sostituita una scelta meditata di non partecipazione.
I dati a riguardo non lasciano molto spazio a dubbi sulle dimensioni crescenti del fenomeno.
Eccezion fatta per le elezioni del 2006, il trend dell’astensionismo è in crescita costante da molto tempo passando dal 9,4% del 1979 al 19,5% del 2008 (con punte del 24,7% nelle regioni meridionali).
L’area del non voto,inoltre, supera stabilmente e abbondantemente il 30% nelle elezioni regionali ed è arrivato al 33,5% alle europee del 2009 (era stato del 14% in occasione delle prime elezioni per il Parlamento di Strasburgo nel 1979).
Tornando ai giorni nostri. In uno degli ultimi sondaggi settimanali apparsi su La7, l’affluenza era stimata al 70% e veniva indicata una percentuale di schede bianche del 3%. Secondo l’Ipsos (per Ballarò) – alla data del 10 gennaio 2012 – la quota di astenuti/indecisi era arrivata al 45%.
Se si considera oramai fisiologica un affluenze dell’80%, oggi ci troviamo di fronte ad un’area di indecisione (pericolosamente in bilico tra non voto e partecipazione seppur ipercritica) stimabile in un intorno del 20%: il primo “partito” italiano, davanti a Pd e Pdl.
Ecco perché tutte le strategie fondate su di un’analisi affrettata dei dati dei sondaggi con riferimento all’andamento dei singoli partiti, possono rivelarsi clamorosamente sbagliate.
La convinzione della vittoria della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto nel 1994,ad esempio, si era erroneamente fondata sulla fotografia dei consensi espressi per i partiti, sottovalutando la dimensione dell’area dell’indecisione (ingrossata in quel frangente dalla deflagrazione di Dc, Psi e dei partiti laici minori).
La discesa in campo di una figura imprenditoriale nuova, Silvio Berlusconi e l’adozione di un abile strategia di marketing politico territoriale (alleanza con la Lega al Nord e con An al Sud) fecero il resto.
Non furono sufficientemente considerati,infatti, i segni di volatilità elettorale (ovvero di disponibilità al mutamento di orientamento elettorale) già emersi nel 1992, quando con l’11,5% si raggiunse la percentuale più elevata dalle elezioni del dopoguerra, con eccezione del 1948 (23%) e del 1953 (14,1%): ebbene nelle consultazioni politiche del 1994 venne raggiunta la soglia record del 37,2%.
Attenzione,dunque, a leggere i sondaggi senza guardare per prima cosa il tasso di indecisione e di astensionismo potenziale e conseguentemente a impostare alleanze e strategie di lungo periodo basandosi su elaborazioni che poggiano sulle sabbie mobili dell’incertezza e della disaffezione crescente verso la politica e i partiti.
Detto in altri termini, oggi come nel 1994 chi pensa di potersi cullare su rendite elettorali fondate su elevati tassi di identificazione partitica, compirebbe un grossolano errore.
Il mercato politico italiano appare sempre più caratterizzato da un elevato livello di mobilità e di competitività. A sinistra come a destra, riproporre schemi e alleanze senza tener conto di questo contesto e di una montante e devastante critica alla politica nel suo insieme, può contribuire in maniera determinante alla sconfitta.
Non a caso, dunque, nel biennio 1993-1994 il fragoroso crollo del pentapartito (ora del blocco sociale attorno a Berlusconi) non determinò l’automatica vittoria delle forze di opposizione,ma in presenza di una “area di incertezza” assai elevata, favorì l’ingresso e l’affermazione di un leader (l’imprenditore televisivo, il cav. Silvio Berlusconi) e di un partito (Forza Italia) nuovi di zecca.
Senza voler forzare possibili analogie, è del tutto evidente che la contemporanea presenza di un tasso di incertezza e di una montante e radicale critica all’attuale sistema partitico, possono favorire una profonda ristrutturazione dell’offerta elettorale e l’arrivo sul mercato di nuovi leader e nuovi soggetti politici.
Se,poi, ieri come oggi la questione dirimente è il rapporto con il centro (più in senso culturale e politico che strettamente partitico), la rilettura critica dell’esperienza del 1994 (a cominciare da una maggiore capacità di analisi dei risultati dei sondaggi e un’attenta valutazione del fenomeno dell’astensionismo potenziale) diventa (soprattutto nel centro sinistra) quasi obbligatoria per cercare di evitare di compiere gli stessi errori di presunzione e regalare così la vittoria all’avversario.
In ultimo, appare altrettanto importante non sottovalutare gli effetti derivanti dal sistema elettorale in uso, non derubricando la questione (come per alcuni versi fu fatto sempre nel 1994) a una sorta di “variabile indipendente”, soprattutto con esplicito riferimento all’alleanza con il centro.





