La violenza non aiuta a dire no
La Stampa di mercoeldì 22 febbraio 2012
di LUIGI LA SPINA
I ricordi possono diventare trappole mentali, ma, qualche volta, aiutano a capire e a sollevare opportuni campanelli d’allarme. Perché può essere vero, come diceva Karl Marx, che la storia si ripete la prima volta come tragedia e la seconda come farsa, ma un altro grande pensatore, Raymond Aron, sosteneva che, oltre a distinguere specificità e tempi degli eventi, è necessario cogliere le costanti nella storia dell’umanità.
È il caso del brutto clima che si sta addensando sulla questione dell’Alta velocità in Val Susa. Perché, col pretesto dell’opposizione “no Tav”, si riconoscono, con inquietante somiglianza, due atteggiamenti che avremmo voluto dimenticare.
Da una parte, la sublimazione simbolica e apocalittica di una minaccia che sembra coagulare tutti i possibili obiettivi della protesta: quello contro l’Europa dei tecnocrati, contro la speculazione ambientale, contro gli interessi del grande capitalismo globalizzato come contro le mire della mafia, contro l’affarismo dei politici come contro il servilismo dei giudici e dei giornalisti. Un concentrato di poteri ostili al popolo che ricorda l’occulta e confusa forza del Sim, quello «stato imperialista delle multinazionali», evocato dai terroristi Anni 70. Alla stessa rappresentazione di quel tempo, mitica e paraideologica, del nemico allegorico, corrisponde oggi, purtroppo, la stessa personificazione di quello concreto, vicino, da colpire, prima, nel ludibrio del suo nome e, poi, nella sua integrità fisica.
Dall’altra parte, allora come adesso, la reazione fiacca e distratta, sottovalutatrice fino ai limiti della connivenza, dei poteri pubblici e di un’opinione comune che si limita a esprimere condanne alla violenza generiche, di maniera, con quella infastidita ritualità che a stento maschera l’implicito rimprovero a non esagerare, a non esasperare gli animi, a non amplificare episodi di ribellismo giovanilistico. Insomma, parole che ricordano troppo da vicino quelle antiche e colpevoli compiacenze nei confronti di «compagni che sbagliano».
La sistematica caccia al procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, con l’obiettivo di impedirgli di presentare in pubblico il suo libro, testimonia sia la gravità di un attacco a un magistrato simbolo della lotta, prima contro il terrorismo, poi, contro la mafia e, ora, contro i rischi della sicurezza nei luoghi di lavoro; sia la pavidità, l’inerzia, la vergogna di uno Stato che non riesce neanche a tutelare la libertà di parola di una persona che esercita una fondamentale funzione istituzionale in questa Repubblica.
A Torino, prima si tollera che, durante una violenta protesta, i muri del centro cittadino vengano deturpati con minacce e insulti a Caselli e a giornalisti. Poi, non si interviene tempestivamente per cancellare quelle scritte oltraggiose che, per giorni, resistono allo sguardo dei cittadini, in qualche caso ridicolmente oscurate da epiteti che tutti, ormai, conoscono. La città, nell’espressione dei suoi politici, delle istituzioni, dei sindacati, degli imprenditori, degli intellettuali, tranne qualche caso isolato, non sembra reagire con la fermezza e l’indignazione che sarebbero adeguate. In sede nazionale, inoltre, non si avverte il pericolo che la strumentalizzazione estremistica e aggressiva del movimento «no Tav» potrebbe coltivare un laboratorio di violenza pronto a egemonizzare e a distorcere ogni legittima manifestazione di protesta.
Quello che non capiscono o fingono di non capire, infatti, i promotori del dissenso «no Tav» è che proprio questo movimento è la principale vittima di tale clima. Perché il rischio è quello di una criminalizzazione del diritto a non essere convinti dell’opportunità di un’opera del genere, in questo momento. Le ragioni del «no» alla Tav, opinabili come quelle del «sì», vengono irrimediabilmente compromesse, se non riescono ad escludere ogni forma di espressione violenta. Come la credibilità dei leader di questa protesta, degli scienziati e dei professionisti che la sostengono, dei magistrati giustamente garantisti viene meno, se non ci si dissocia, senza sofistiche indulgenze, da coloro che ritengono l’inchiesta della procura torinese «una provocazione» contro i «no Tav». Lo stesso Caselli, all’annuncio degli arresti, aveva chiarito l’intenzione di colpire solo le responsabilità dei singoli in atti violenti e di escludere, in maniera assoluta, qualsiasi volontà di intimidire il movimento. Intenzione che è stata convalidata da quasi una decina di giudici, estranei alla procura, che hanno esaminato i risultati dell’inchiesta.
Credere nella validità dell’opera che dovrebbe permettere una rapida circolazione delle merci tra l’Ovest e l’Est dell’Europa non dev’essere un atto di fede, ma può nascere solo da un bilancio, concreto e non ideologico, di vantaggi superiori ai costi. Chiunque impedisca questo esame con la violenza non è un avversario dell’Alta velocità, ma un nemico della democrazia.





