Homepage Rassegna stampa democratica
Province, risparmiamo così
Antonio Saitta su Europa del 10/2/2012
La difficile condizione della finanza pubblica impone scelte rigorose e non ammette altri ritardi sulla strada del riordino delle istituzioni, locali e nazionali, per eliminare spese inutili e concentrare le risorse pubbliche nello sviluppo economico, sociale e civile. Un’urgenza che è chiara a tutti. Il problema nasce quando, sotto la spinta dell’affanno e alla ricerca del facile consenso politico, si propongono soluzioni quantomeno inattuabili, come quelle previste nel decreto SalvaItalia sulle Province.
Noi riteniamo che la decisione assunta dal governo Monti e dal parlamento di cancellare di fatto l’ente intermedio, trasformando le Province in inutili enti di coordinamento senza funzioni, sia dettata dalla demagogica esigenza di soddisfare l’antipolitica dell’opinione pubblica, anche a costo di aumentare la spesa pubblica e di ridurre la democrazia. Ecco, con la proposta di legge che l’Unione delle Province italiane presenterà a governo e parlamento vogliamo prima di tutto offrire un contributo concreto, fattivo e immediatamente attuabile a favore di un processo di riforma cui tutti miriamo.
Con il vantaggio che, mentre le norme sulle Province presenti nel SalvaItalia prefigurano un ipotetico risparmio di 65 milioni di euro tra qualche anno, la proposta dell’Upi quantifica i tagli ai costi della politica di almeno 5 miliardi di euro in non più di otto mesi. E, aggiungo, senza toccare la Costituzione, ma attraverso un procedimento snello che vedrebbe governo e regioni in prima fila a gestire l’intero processo di profondo riordino, con ricadute in termini di risparmi e riduzioni della spesa pubblica di certo superiori a quelli che potrebbero derivare dalla semplice abolizione delle Province, e mantenendo saldi i livelli democratici. È un tema su cui vogliamo essere chiari: da più parti ormai si sta tentando di fare passare l’idea che un ente di area vasta per funzionare veramente non debba essere eletto direttamente dai cittadini, ma essere di secondo grado, con consiglieri provinciali e un presidente non essere eletti direttamente dai cittadini, ma dagli amministratori comunali.
Noi riteniamo che questo modello, basato sulla concertazione sociale e politica, mostri grandi difficoltà per via degli epocali cambiamenti e perché non esiste più la centralità del partito politico egemone, che svolgeva un vero ruolo di guida e integrazione anche nelle istituzioni. Il rapporto dialettico tra le istituzioni, determinato anche dall’elezione diretta dei vertici delle amministrazioni, è un bene; non solo è più trasparente, ma ha anche il vantaggio di mantenere il legame tra cittadini e istituzioni in un momento in cui i partiti non godono certo di buona salute.
I cittadini vogliono più democrazia di quanto immaginiamo, vogliono contare veramente nella scelta di chi governa; non accettano più che i parlamentari siano designati e, sono certo, non accetterebbero che fossero i partiti a nominare anche i consiglieri provinciali e il presidente, come avverrebbe con l’elezione di secondo grado. Abbiamo sotto gli occhi i tanti enti strumentali (agenzie, consorzi) che di fatto sono di secondo grado: hanno il grande limite, anche quando sono utili, dell’invisibilità di chi li amministra, mentre chi è eletto direttamente “ci mette la faccia” e sente la responsabilità di fornire risposte immediate alla propria comunità. Non è forse quello che il paese chiede con sempre maggior insistenza?





