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Fassino: “Il movimento No Tav è cambiato nessun dialogo con i violenti”

Intervista a Piero Fassino su la Repubblica – Torino del 1/3/2012 – di Diego Longhin


“Non si vuole negare il confronto. Lo dimostra la stessa storia della Tav. Ma il dialogo con il movimento è possibile se la Torino-Lione non si trasforma in un totem ideologico da abbattere e se si accantonano gli estremismi”. Il sindaco di Torino, Piero Fassino, lancia un appello: chi vuole aprire un confronto isoli le frange estreme.

La Valle di Susa da lunedì è ostaggio della protesta. I sindaci hanno proposto di sospendere i lavori in cambio di uno stop ai blocchi. Cosa risponde?
“Intanto è una richiesta di alcuni sindaci, e non di tutti. E poi se ci fermiamo cosa succede? Quando riprenderanno i lavori rimetteranno i blocchi? Bisogna cambiare registro. Non può esserci un confronto positivo se si continuano a erigere barricate sulle strade, impedendo alle persone di muoversi, se si manifesta con i passamontagna sul volto e si fanno scritte di morte sui muri e ovunque. Devo dire che in questi anni si è assistito a una degenerazione del movimento No-Tav”.

Prima era diverso?
“Il movimento nel 2005 aveva un consenso popolare in Val di Susa, un’area che per dieci anni ha dovuto fare i conti con i cantieri dell’autostrada e temeva altri dieci anni di cantieri ferroviari. La protesta è stata ascoltata. Si è arrivati, attraverso l’Osservatorio sulla Torino-Lione, a un progetto del tutto nuovo con un impatto contenuto: il tracciato in pianura coincide con quello esistente e in alta valle è tutto in galleria. Risultati raggiunti grazie al contributo di molti sindaci”.

Oggi a non volere la linea ad alta velocità sono rimasti soltanto gli estremisti?
“I No-Tav hanno un consenso molto più contenuto tra gli abitanti e all’identità popolare si è sovrapposto un antagonismo ideologico contro la Tav e contro qualsiasi opera pubblica, attirando in Valle i gruppi che si oppongono al rigassificatore di Livorno, all’aeroporto Dal Molin, al ponte sullo stretto e ad ogni altra infrastruttura. La Torino-Lione si è trasformata, per queste persone, nella “madre di tutte le battaglie””.

In questi giorni Lei ha evocato il rischio di un ritorno agli anni Settanta. È reale?
“In quegli anni io c’ero, me lo ricordo. A Torino si è cominciato con le scritte e si è finito sparando. Oggi si rivedono metodi che abbiamo già conosciuto e chi li sottovaluta sbaglia. Si sta scivolando verso il radicalismo. In questo momento sarebbe meglio far prevalere la ragionevolezza e il confronto”.

Dopo l’incidente di lunedì anche da una parte della politica, in testa il leader di Sel, Vendola, arriva la richiesta di una pausa di riflessione. Richiesta che va accolta?
“Il dialogo, su come realizzare l’opera, non si è mai interrotto. Oggi però stiamo assistendo ad una rappresentazione lontana dal vero. Non si vuole costruire la Torino-Lione perché “tanto ormai si è aperto un cantiere e non si può tornare indietro”, come scrive Adriano Sofri, ma perché è strategica per il Paese. Nel 2005 si chiedeva di fare la Tav in un altro modo, ora si chiede di non farla e basta. Questo non si può accettare”.

Ci sono studi che sostengono che la Tav sia inutile rispetto alle necessità reali di trasporto. Analisi che non vi convince?
“Qualunque grande opera prevede una saturazione sul medio-lungo termine. La Val di Susa è intasata dai Tir diretti al Frejus, tant’è che si ipotizza di trasformare la galleria di servizio in costruzione in una seconda canna per il traffico, ma non ho visto nessuna protesta. Perché? In Francia sono già iniziati i lavori, possibile che i francesi siano così sciocchi da non aver valutato attentamente i problemi di sicurezza e quelli per la salute?”.