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SANDRO PERTINI IL COMBATTENTE (QUASI DIMENTICATO)

Federico Fornaro su Il Riformista del 4/3/2012


Per molto tempo la figura di Sandro Pertini è finita in un cono d’ombra della storiografia, fatto salvo per la sua permanenza al Quirinale (1978-1985). Un Presidente della Repubblica anomalo, lontano anni luce dai paludamenti burocratici del cerimoniale, che contribuì a mantenere alta l’immagine delle istituzioni e della politica in anni in cui lo Stato, posto sotto attacco dal terrorismo, pareva allontanarsi pericolosamente dal sentire comune dei cittadini (per tutti la sua ira contro i ritardi dei soccorsi per il terremoto dell’Irpinia del 1978). Così come è entrata nella memoria collettiva della nazione la sua esultanza in occasione della vittoria degli azzurri ai campionati mondiali di calcio di Spagna 1982.

In queste prime settimane del 2012, quasi a voler porre rimedio alla scarsa attenzione del più recente passato, sono arrivati nelle librerie ben due libri che raccolgono interventi, discorsi e brevi saggi di Sandro Pertini: La politica delle mani pulite ( a cura di Mario Almerighi, Chiarelettere,pp.100, euro 7,00) e Gli uomini per essere liberi (a cura di Pietro Perri) edito da Add (pp. 222, euro 14,00).

Da questa insolita lettura “parallela”, esce il ritratto di un socialista autentico, un combattente coraggioso, con un forte ancoraggio alla tradizione e ai valori fondamentali della libertà e della giustizia sociale.

Indubbiamente Pertini è stato uno dei maggiori esponenti di un filone della sinistra non particolarmente amata dagli storici: quello del socialismo popolare e intransigente, più interessato a coltivare il rapporto con le masse che i circoli culturali d’elite. L’accusa che spesso viene rivolta a questa corrente di azione più che di pensiero, è quella di scivolare spesso nel populismo, antica malattia della politica e della sinistra italiana. Rileggere gli scritti di Pertini,invece, aiuta a comprendere come rivolgersi in modo diretto ai cittadini per interpretare i loro bisogni, senza ricercare la mediazione degli intellettuali e dei corpi intermedi, non determini un abbassamento del livello dei valori e dei principî fondativi del partito e dell’idea socialista.

In Pertini,in particolare, il carattere popolare del suo agire politico (e anche della sua oratoria) si accompagna con un severa e coerente intransigenza. Una scelta che lo aveva portato a scrivere dal carcere fascista, nel febbraio del 1933,dove stava scontando una condanna a dieci anni e nove mesi di reclusione, una memorabile lettera di severo rimprovero alla madre per aver presentato, a sua insaputa, una domanda di grazia per lui. Ed è nella dichiarazione scritta alle autorità in cui si negava l’adesione all’iniziativa materna, che emerge la sua tempra di politico tutto d’un pezzo: «La comunicazione, che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore, mi umilia profondamente. Non mi associo, quindi, a una simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni altra cosa, della mia stessa vita, mi preme».

Un rigore morale che si ritrova intatto oltre quarant’anni dopo, quando Pertini è eletto al Quirinale.

«La democrazia di difende, si sostiene, e si rafforza con una grande tensione morale – sono le parole del tradizionale messaggio di fine d’anno agli italiani del Presidente della Repubblica del 31 dicembre 1979 – La corruzione è nemica della democrazia. Si colpiscano i colpevoli della corruzione senza pietismi, senza solidarietà di amicizia o di partito: questa solidarietà sarebbe vera complicità. La corruzione offende e sdegna la coscienza del cittadino onesto che pur di mantenersi tale impone sacrifici a se stesso e ai suoi cari. E l’esempio deve essere dato dalla classe dirigente e in primo luogo da me che vi parlo”.

La riscoperta del rigore e dell’umanità di Pertini è il filo conduttore del lavoro di Mario Almerighi, ex magistrato che conobbe il leader socialista ligure quando era Presidente della Camera dei Deputati e attuale Presidente dell’Associazione “Sandro Pertini”.

«Sandro Pertini rappresentava per noi giovani, nati sulle ceneri di una guerra voluta dal fascismo – scrive Almerighi nella nota introduttiva – la storia, il collegamento tra le sofferenze del passato, le conquiste di libertà e le speranze di progresso e di sviluppo della nostra democrazia».

Sul Pertini galantuomo, pone,invece, la sua attenzione Pietro Pierri (Presidente della Fondazione “Sandro Pertini”, per il quale la storia personale di uno dei Presidenti della Repubblica certamente più amati e ricordati dalla gente comune, testimonia come «egli non recitava una parte, un copione; la sua vita privata coincideva con la sua immagine pubblica», con l’aggiunta che pare impossibile distinguere «il Pertini giovane dal Pertini maturo, il Pertini pubblico dal Pertini privato».

Il lavoro curato da Pierri è aperto da un’interessante lettera inedita di Pertini (datata 15 dicembre 1958) in risposta a una serie di domande che gli erano state posto dal giovane cognato Umberto Voltolina, all’epoca diciassettenne.

E’ un Pertini fortemente preoccupato per lo stato del Partito socialista, timoroso che la sua unità vada in frantumi e che – siamo alla vigilia dell’apertura della stagione del centro-sinistra «abbandonato dagli elementi più sani e combattivi, possa domani svuotarsi d’ogni contenuto classista e perciò socialista e divenire,quindi, anch’esso un insieme di clientele personali, un basso strumento del peggiore parlamentarismo, trampolino per l’arrivismo e le ambizioni e la sete di guadagno di piccoli uomini».

Il futuro Presidente della Repubblica volge poi lo sguardo benevolo sulla situazione e l’incerto futuro di quella che già allora era definita “gioventù bruciata”.

Per Pertini i responsabili, però non sono le nuove generazioni, ma la sua, quella degli anziani: «Questa gioventù nata e cresciuta nel maledetto clima della guerra, in cui si è avuta una mostruosa inversione di tutti i valori morali; questa gioventù che dopo la guerra si è trovata dinnanzi ai tradimenti, agli intrighi, all’egoismo e all’opportunismo degli anziani e che oggi si trova di fronte ad una società in cui regna il malcostume, l’affarismo, la corruzione, il trasformismo».

Ricordando come lui e i suoi coetanei avevano avuto il privilegio di ascoltare maestri di vita del calibro di Filippo Turati, Antonio Gramsci, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Pertini si interroga retoricamente sull’attuale (siamo nel 1958) assenza di maestri di vita d’un tempo: «esistono solo dei rètori, dei politicanti e degli affaristi. E tutti hanno scelto a loro divisa il Carpe diem».

E alla domanda del suo giovane interlocutore “se il socialismo e prendere o donare”, egli risponde che «è un donare e un prendere reciproco; è la solidarietà umana realizzata sui principî della libertà e della giustizia sociale. Sulla libertà, che non è – come qualcuno stoltamente asserisce – una scoperta “borghese”, bensì una esigenza immanente dello spirito umano. Sulla giustizia sociale, che impedisce al singolo di ignorare la collettività di cui fa parte, di pensare solo a stesso e di seguire la legge del più forte, la legge della giungla; e lo sprona, invece, a non spegnere la propria personalità, bensì a esaltarla nella solidarietà con altri membri della collettività».

A ventidue anni di distanza dalla sua scomparsa, del combattente socialista e antifascista Sandro Pertini ci resta un messaggio di rigore e di intransigenza morale non soltanto di una sorprendente attualità, ma certamente di sprone per una sinistra e per una politica che siano capaci di essere all’altezza delle sfide della contemporaneità, non dimenticando tradizione e valori.