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Morando: “Spesa pubblica e fisco. A Monti serve una fase due”

Intervista ad Enrico Morando su La Stampa del 12/4/2012 – di Fabio Martini


La superstizione che perseguita i premier italiani, spesso protagonisti di un brillante «primo tempo» ma zoppicanti nel «secondo» rischia di diventare un tormentone anche per Mario Monti. Il senatore del Pd Enrico Morando – da sempre vicino a Giorgio Napolitano, autore di interventi che talora vengono parafrasati nei documenti di Bruxelles, il primo a lanciare l’idea di un governo Monti – dice che sì il pericolo incombe anche sull’attuale premier e per mettere qualche toppa» e deve invece rilanciare nei restanti 10 mesi di attività, «impostando» altre due riforme di struttura: «La revisione integrale della spesa pubblica, per ridurla e renderla più efficace; una radicale riforma fiscale».

Perché alludere alla «fase 2» di un governo è sempre salutato da gesti scaramantici?

«Non ne farei una questione lessicale. Il governo Monti nasce per salvare l’Italia dal baratro, ma non può immaginare di farlo, mettendo qualche pezza: la crisi è talmente profonda che, o imposta un cambiamento radicale, oppure anche un’operazione di emergenza non risulterà efficace».

Un personaggio misuratissimo nelle parole come Monti, qualche giorno fa aveva detto che la crisi dell’eurozona era quasi superata…

«Il problema è che la crisi, anche dal punto di vista congiunturale, si va aggravando. Per almeno due motivi: la recessione è già più grave di quella prevista e si profila più duratura, il contesto europeo si fa più incerto di quel che pareva qualche settimana fa».

La revisione della spesa è un intervento di lungo respiro e anche capace di intaccare interessi profondi: si farà mai?

«E’ vero, questa è “la”" riforma, la vera riforma strutturale. Fare sul serio la revisione integrale della spesa pubblica significa rigiustificare ogni euro di spesa, ripartendo dal momento in cui si era deciso di spenderlo, per analizzare se quell’investimento riveste ancora un interesse generale, se mantiene comunque una qualche giustificazione o se sia oramai superato da nuovi obiettivi».

Una operazione titanica…

«No. Bastano tre dati per far capire di cosa si tratta: noi, a fronte di una spesa pubblica che supera il 50% del Pil, abbiamo un livello di diseguaglianza sociale alto e un basso livello di crescita. Questo significa che una quota della spesa non consegue gli obiettivi che gli sono stati assegnati: meno diseguaglianza e più crescita. Una riforma serve anche per un altro motivo, importantissimo…».

Quale?

«Il Paese sta facendo una gran fatica a sostenere una pressione fiscale altissima. Dovremmo domandarci più spesso: perché quella pressione è così alta? Perché è troppo elevata la spesa pubblica. Ecco il vero fallimento di Berlusconi: si è impegnato ad abbassare le tasse ma non ci è mai riuscito perché non riusciva ad abbattere la spesa pubblica».

Ma non appena il ministro della Difesa, un militare come Di Paola ha ipotizzato il taglio di migliaia di militari, delle resistenze «corporative» si sono fatti portavoce diversi parlamentari…

«Il ministro, con una comparazione costirisultati con altri Paesi e collocandosi in una prospettiva di esercito europeo, ha definito i caratteri che l’esercito dovrà assumere fra qualche anno, ipotizzando una drastica riduzione degli addetti e un contestuale aggiornamento della strumentazione. Un documento esemplare e si può sperare che un analogo atteggiamento sia seguito anche in tutti gli altri settori della Pubblica amministrazione».

Rivedere i criteri di spesa si porta dietro altre riforme?

«Certamente. Nella Pubblica istruzione e nella Giustizia la progressione delle carriere e degli stipendi è determinata essenzialmente dall’anzianità di servizio, indipendentemente dai risultati. Nel passato poteva esser giusto così, oggi non più».

Crede veramente che la seconda mission del governo possa essere il varo di una radicale riforma fiscale?

«Ad un governo che dura un anno, si può chiedere di impostare una riforma di questo tipo, cominciando dall’attuazione di una norma già presente nell’ordinamento: ogni euro proveniente dalla lotta alla evasione fiscale e che sia strutturale, non sia più finalizzato ad aumenti di spesa ma confluisca in un apposito fondo da utilizzare per sgravi fiscali di cui possano godere i produttori: impresa e lavoro. E’ così che si potrebbe finalmente realizzare quel consenso di massa all’evasione fiscale che ancora non c’è».