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Il «grillismo» dilagante

Stefano Folli su Il Sole24 Ore del 3/6/2012

Forse non era proprio necessario che Giorgio Napolitano commentasse le critiche, note e prevedibili, di Antonio Di Pietro alla scelta di celebrare il 2 giugno. Non era indispensabile farlo con quella frase un po’ sprezzante («non sa di cosa parla») rivolta a un parlamentare che guida una forza di un certo peso. Il presidente della Repubblica aveva già risposto ai vari contestatori con i fatti e con le parole, sottolineando la solidarietà verso le popolazioni dell’Emilia.

Come è ovvio, la polemica personalizzata ottiene invece l’effetto di accendere i fuochi. Un capo dello Stato che attacca in modo diretto un politico dissidente fa il gioco di quest’ultimo. E difatti Di Pietro non si è lasciato sfuggire l’occasione. Tutta pubblicità a buon mercato, in un gioco spregiudicato che coinvolge le istituzioni. E vale la pena riflettere anche su un’altra notizia: l’assenza del sindaco di Roma in via dei Fori Imperiali. Anche Alemanno, come Di Pietro, ha visto le polemiche che erano corse sulla “rete” e si è adeguato. Del resto il “web” è l’autostrada privilegiata di tutti coloro che esprimono rancore e malessere, in una sorta di anarchia informatica che è una delle caratteristiche dei nostri anni.

Non stupisce dunque che un politico in cerca di consenso decida di seguire l’onda, anche se la contestazione alla sfilata militare appartiene al bagaglio ideologico dell’estrema sinistra e degli anti-militaristi. Venendo da destra, l’area a cui Alemanno ha sempre appartenuto, il dissenso acquista un sapore un po’ diverso e contribuisce all’opera di delegittimazione delle istituzioni repubblicane.

In ogni caso, l’Alemanno politico fa le scelte che crede e se ne assume le responsabilità. Come Di Pietro. Ma il sindaco di Roma, no. Il sindaco di Roma è tenuto a rispettare il proprio ruolo istituzionale, quali che siano le sue riserve mentali. Non a caso i sindaci partecipano alle cerimonie ufficiali indossando la fascia tricolore. Con la sua assenza Alemanno ha inferto alle istituzioni una ferita non irrilevante. Si è messo nella scia di certi sindaci leghisti di un passato recente. E ha dato mano alla diffusione di quel facile populismo che sta diventando il tratto distintivo di questa fase.

Stiamo misurando solo adesso le prime conseguenze del successo di Beppe Grillo. Spuntano ovunque gli imitatori di uno stile, il “grillismo” appunto, di cui il titolare e depositario resta uno solo. E non c’è niente di peggio che assistere a questa rincorsa da parte di capi-partito o capi-corrente timorosi di essere scavalcati dalla marea e dimenticati in un angolo. O di sindaci che ritengono di aver individuato la scorciatoia per ritrovare la popolarità perduta.

È un problema di non poco conto in vista delle prossime elezioni politiche. Quel giorno non si conteranno solo i voti (tanti, è facile prevederlo) raccolti dal movimento «Cinque Stelle». Ma anche i consensi andati ai “grillini” di complemento che si agitano già oggi e ancor più lo faranno nei prossimi mesi. Questo processo emulativo non farà bene a un sistema politico boccheggiante. La prospettiva di uno scontro finale e trasversale fra populisti e anti-populisti è inquietante. Soprattutto se arriveremo al voto senza riforme e con i vecchi partiti, puntellati o meno dalle liste civiche, incapaci di sfuggire al discredito. Di Pietro e Alemanno sono un segnale da non sottovalutare.