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L’Unione riparte da Dublino

Enrico Letta su Europa del 2/6/2012

Una luce nel buio. Parafrasando Blake Edwards si può commentare così il netto risultato positivo del referendum irlandese sul trattato europeo noto come fiscal compact.
Spesso i “no” irlandesi hanno bloccato o comunque complicato il cammino dell’integrazione europea. Oggi l’impressione è che un risultato così netto (più del 60 per cento di “sì”), nel momento di più bassa popolarità dell’idea europea e su un trattato pieno di limiti oggettivi, sia il primo frutto delle immagini di Atene. La Grecia alla deriva con i suoi drammatici risvolti sociali diventa l’esempio da evitare. E il referendum irlandese dimostra che nei popoli europei sta scattando il meccanismo secco del “dentro o fuori”.


Si potrebbe dire che il referendum irlandese dimostra che i popoli sembrano più avanti di chi li guida: basti pensare alle incertezze con le quali troppi leader europei stanno gestendo con colpevole superficialità la preparazione del prossimo vertice dell’Unione il 28 e 29 giugno. Un appuntamento che pare davvero dover essere rappresentato con la logora ma efficace espressione di “ultima spiaggia”. L’Italia tutta, il suo presidente della Repubblica, il suo parlamento e il suo governo stanno facendo il possibile per portare più avanti possibile a livello europeo gli obiettivi del consiglio forse più drammatico della storia comunitaria.
Non era mai successo che il tema sostanziale di un vertice fosse l’uscita di un paese e che la posta in gioco fosse quella del collasso dell’intera area o del passo decisivo da compiere verso gli Stati Uniti d’Europa. C’è bisogno che quest’ultimo obiettivo riesca a diventare concreto a partire da quel vertice. È paradossale che ieri sul Financial Times sia stato un americano come Robert Zoellick, presidente della Banca mondiale, a porre la questione nei modi drammatici in cui dovremmo affrontarla noi europei. Dal popolo irlandese è venuto il messaggio giusto. Ora bisogna cogliere il momentum.