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I TRE MOTIVI DELLA SCELTA SU BERSANI
Intervista a Gianfranco Morgando su Il Nostro Tempo del 25/11/2012 – di Aldo Novellini
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On. Morgando, quale è il significato di queste primarie?
C’è un distacco preoccupante tra i cittadini e una politica sempre più in crisi di legittimazione. La decisione di affidare agli elettori la scelta del candidato del centro-sinistra cerca proprio di affrontare questa crisi. L’attenzione crescente che si registra nei confronti delle primarie e il miglioramento dei sondaggi relativi al consenso del Pd dimostrano che ci stiamo muovendo nella giusta direzione.
Come mai il Pd presenta più candidati?
Il Pd partecipa alle primarie con tre candidati: Bersani, Renzi e la Puppato. Può sembrare irrazionale, ma in realtà rende bene l’idea di un partito plurale che mette in competizione personalità e sensibilità diverse. E’ noto che lo statuto del Pd prevede che il candidato premier del partito sia il segretario in carica. E’ stato proprio Bersani a volere una modifica statutaria che consentisse ai suoi competitori di scendere in campo. Tutti i candidati del Pd sono una risorsa e contribuiranno nei ruoli che saranno loro assegnati dalle urne a rendere più competitivo il partito alle elezioni politiche di primavera.
Perché sostiene Bersani?
In agenda intravedo tre punti cruciali. Innanzitutto la centralità dell’emergenza economica e la necessità di fornire una risposta per uscire dalla crisi e riprendere la crescita. In secondo luogo è necessario aprire una nuova fase politica che superi il governo tecnico e riaffermi una legittimazione democratica del potere, restituendo alla politica la titolarità delle decisioni di governo. Ritengo infine che per affrontare i drammatici problemi dell’Italia sia necessario costruire larghe convergenze, con un nuovo centro-sinistra caratterizzato dall’incontro tra i riformisti, i progressisti e quei moderati che rifiutano il populismo e sono convintamente europeisti. Su tutti e tre i punti in esame Bersani mi è parso chiaro e convincente.
La divisione dei popolari del Pd non rischia di indebolire la famiglia cattolico-democratica?
Penso che la debolezza dei popolari nel Pd non sia dovuta al fatto che sono divisi tra Renzi e Bersani, ma alla debolezza della loro iniziativa politica e della loro capacità di elaborazione programmatica. La cultura cattolico-democratica ha contribuito a fondare il Pd, che senza di essa si ridurrebbe alla sola vecchia sinistra. Si tratta allora di avere il coraggio di fare proposte politiche capaci di rispondere ai problemi concreti della gente, in linea con quel solidarismo interclassista che è il segno più autentico del riformismo cattolico.
Tra i renziani c’è chi parla di una divisione dei compiti: il Pd organizza la sinistra e l’Udc il centro…
Il rischio che il Pd si trasformi in una classica formazione di sinistra erede della tradizione Pci-Pds-Ds è reale, così come è vero che molti sostengono la necessità di un definitivo approdo socialdemocratico. Penso che si tratti di due errori e credo occorra invece riproporre il modello originario del Pd come casa comune dei riformisti. Per raggiungere questo obiettivo bisogna evitare chiusure identitarie, puntando invece sulla capacità di aggregare, su contenuti comuni, persone provenienti da percorsi diversi.
Ricambio della classe dirigente. Quale è la sua idea in proposito?
E’ nel rinnovamento della classe dirigente che la politica mostra la sua vitalità. Va detto che il Pd ha gruppi dirigenti molto giovani, sia nel partito che in Parlamento, e questo è positivo. Si può fare di più, tuttavia sono contrario a rinnovare con scosse e rotture. Meglio un cambiamento in continua evoluzione che consenta di trasferire ai nuovi gruppi dirigenti l’esperienza e le competenze di chi ha lavorato prima.
Per vincere il centro-sinistra ha bisogno di Casini e Vendola. Come si fa a tenerli insieme?
Il rapporto con l’Udc è fondamentale per costruire quell’alleanza con le forze moderate antipopuliste ed europeiste di cui ho parlato prima. Penso che quando il dibattito politico sarà depurato delle scorie della competizione delle primarie questo tema sarà più chiaro anche a Vendola. In ogni caso spetterà al Pd, per la sua forza elettorale, indicare la linea politica.
Anziché fare le primarie non era meglio candidare sin da subito Monti premier di un’intesa Pd-Udc?
Non faccio questioni di persone ma di contenuti e di programmi. Il Pd condivide e ha sostenuto lealmente molte delle scelte fatte da Monti. Altre cose invece non le condivide. Il contributo di Monti sarà prezioso anche nei prossimi anni. In quale ruolo dipenderà appunto dai contenuti e dai programmi.





