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Morgando: Primarie strumento da migliorare

Intervista a Gianfranco Morgando su la Repubblica del 31/12/2012 – di Diego Longhin

“Queste primarie segnano uno spartiacque all’interno del partito. L’essere di un territorio in alcuni casi ha premiato di più rispetto all’appartenenza ad una corrente. E leggo questo fenomeno come un passaggio positivo che bisogna consolidare. In una certa area più ristretta, soprattutto nella provincia di Torino, è stato più facile per persone che provengono da esperienze diverse ritrovarsi su obiettivi e candidati comuni, mettendo da parte il passato. Non è avvenuto lo stesso nella città di Torino”. È l’analisi del segretario regionale del Pd, Gianfranco Morgando.

La prevalenza del territorio non rischia di vanificare la scelta di competenze e gli obiettivi politici del partito?
“Rispetto alla lista non vedo problemi di competenze, si tratta di persone valide e con esperienza. E non è detto che un territorio, magari meglio delle correnti, non possa selezionare persone capaci. È chiaro che il partito, poi, si lascia per sé una quota. Con le primarie si è decisa una fetta di parlamentari, la parte restante sarà frutto di discussione tra il livello locale e il centro sulla base degli obiettivi  che il Pd si dà. Lo strumento primarie, però, deve maturare ancora”.

Siamo ancora in fase di rodaggio?
“Sì, soprattutto se si vuole continuare ad utilizzarlo per la scelta dei parlamentari. Presenta grossi limiti un’elezione organizzata in fretta al 29 di dicembre con una manciata di giorni per la campagna, rivolgendosi ad una platea chiusa, senza dibattito, senza nemmeno la possibilità di farsi conoscere. E l’affluenza ridotta rispetto ad altri appuntamenti lo dimostra. Bisogna perfezionare lo strumento”.

Meglio non usarlo più?
“No, questo no. Sono convinto che nessun altro strumento garantisca una partecipazione così amplia. Non è vero che la gente non ha più voglia di partecipare. È cambiato il modo. Prima i partiti, come la Dc o il Pci, si vivevano in maniera continua con la militanza. Ora le persone vogliono essere coinvolte, ma nel momento della scelta”.

Si aspettava l’effetto Bonomo?

“È stata una sorpresa che in parte risente dell’effetto territorio. Il Canavese si è riconosciuto in un candidato. Stessa dinamica di Collegno, Settimo e Moncalieri. Fondamentale per il risultato la novità del profilo giovane e donna, una figura fresca, in linea con la domanda di rinnovamento di cui il Pd dovrà tenere conto. La Bonomo è stata la risposta, un segno di vitalità anche del gruppo giovani”.

Nella città di Torino ha prevalso un richiamo della foresta ex Ds?
“Non c’è dubbio che rispetto alla scommessa della mescolanza, della contaminazione tra persone con esperienze e provenienze diverse che cercano però di ritrovarsi su nuovi obiettivi comuni non si siano fatti molti passi avanti. Un fenomeno che si è registrato fuori città, ma non a Torino. Sul piano generale la scommessa del Pd della mescolanza è tutta da vincere”.

Con Roma  cercherà di limitare le presenze “esterne”?
“Si riparte dal 3 gennaio. Prima segreteria regionale e poi direzione. Tutte le voci circolate non hanno alcun fondamento. La quota esterna dovrebbe essere di dieci candidati, compresi i capilista, divisi tra i tre collegi. La mia proposta sarà che il Piemonte si tenga la scelta delle teste di lista, così la quota esterna scenderebbe a sette candidati”.

Il presidente della Provincia Saitta propone primarie per la scelta del candidato presidente per le regionali. È d’accordo?
“Non ne abbiamo parlato, Saitta pone una questione politica corretta: accelerare la creazione di un’alternativa credibile al governo di Cota. Prima, però, pensiamo alle elezioni nazionali”.