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Un papa non europeo, una sfida coraggiosa
Edoardo Patriarca su Europa del 19/2/2013
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I commenti sulla rinuncia di papa Benedetto XVI sono stati numerosissimi, è inutile aggiungerne altri. Il gesto – oserei dire santo – di papa Benedetto appare, giorno dopo giorno, nella sua tragica grandezza. Una fragilità – molto simile a quella di Giovanni Paolo II – che si fa testimonianza di una spiritualità profonda, di una grande fede, di un anziano che appellandosi al suo Signore rimette nelle sue stesse mani il mandato ricevuto.
E lo fa mostrando le sue debolezze, le sue fragilità, non le nasconde. Alla domanda di Peter Seewald se esiste un rapporto privilegiato con il Cielo Benedetto XVI dà una risposta sorprendente: «Sì a volte ho questa impressione. Nel senso che penso: ecco, ho potuto fare una cosa che non veniva da me. Ora mi affido a Te e mi accorgo che, sì, c’è un aiuto, succede qualcosa che non vien da me. In questo senso – prosegue il papa – esiste l’esperienza della grazia del ministero». La risposta attesa avrebbe dovuto utilizzare un altro registro: «Sì esiste un rapporto diretto e – mi scuso per il tono un po’ banale – ci sentiamo spesso». E invece: «Sì a volte ho questa impressione».
Di fronte al Dio di Abramo anche il papa sperimenta la fatica dell’ascolto e del discernimento.
Ma vorrei andare oltre, e porre una riflessione che solo alcuni commentatori hanno proposto in questi giorni, un punto che riguarda il dopo della Chiesa di papa Benedetto e il dopo dell’Europa senza Benedetto. Mi si dirà che il nesso è assai debole, forse inesistente: la Chiesa cattolica si dichiara universale e come tale non ha confini. Ma l’Europa, sempre più marginale, assopita e dimentica delle sue tradizioni umanistiche costituite, per la gran parte, nel cristianesimo, nel caso in cui il nuovo papa provenisse da un altro Continente non accentuerebbe i processi di periferizzazione già in atto nei confronti degli altri contesti mondiali? La mia risposta è sì, perché è indubbio che papa Benedetto, come Giovanni Paolo II, ha il cuore in Europa. I discorsi rivolti ai parlamentari tedeschi e inglesi, discorsi di una profondità che lasciano senza respiro, sono stati pronunciati in Europa, ma diverso sarebbe stato il tenore se fossero stati letti in un parlamento in Asia o in Africa. Quando il papa afferma che la politica deve difendere il diritto e praticare la giustizia, lo fa attingendo alla grande tradizione del pensiero europeo.
Un papa proveniente da un altro continente probabilmente si porrebbe su un’altra prospettiva, anche perché, come annota Benedetto XVI «in Occidente l’identificazione tra popolo e chiesa va diminuendo … e il numero dei cristiani va assottigliandosi». Ma «sussiste tuttavia una identità culturale definita ed anche voluta dal cristianesimo. Ricordo – prosegue il papa – di un politico francese che si dichiarava ateo protestante, un ateo sì ma ancorato alla radice del protestantesimo».
Non sarà l’Europa a scegliere il papa, lo faranno i cardinali in Conclave. Ma se indicassero un papa non europeo, una interrogazione l’Europa dovrebbe porsela: su cosa vorrà essere nei prossimi decenni, sulle sue radice umanistiche dimentiche, sul ruolo che le religioni, in specie quella cristiana, dovranno giocare nel futuro della costruzione europea. Il processo tecnocratico fondato sulla sola integrazione economica, non è l’unica cifra per una nuova stagione politica che oramai si fa drammaticamente urgente. La crisi europea è una crisi culturale profonda, la sua marginalizzazione proviene dalla incapacità di mettere in gioco un patrimonio, anche religioso, in un contesto di globalizzazione e di interculturalità assai spinto.
Una crisi anche antropologica, che minaccia la democrazia e la politica stessa. Ma se davvero va rifondata una economia di mercato più attenta alla vita delle persone e al fare impresa, dove starà l’Europa? Da quali depositi culturali trarrà la forza di una presenza rinnovata? E se il nuovo papa – per ipotesi non europeo – la frequenterà meno decentrandosi inevitabilmente verso le Chiese del sud più vitali e ricche di testimonianza, gli europei, già silenziosi, non rischieranno il mutismo? L’antidoto è accettare la sfida del tempo, riscoprire il coraggio a ritrovare in se stessi le radici di una presenza utile al bene comune della comunità mondiale. Per ora di coraggio non se ne vede tanto.





