Gianfranco Morgando: Appunti per un documento di lavoro
1 – A poco più di un mese dalle elezioni politiche possiamo considerare conclusa la riflessione interna sui risultati, che abbiamo iniziato con la Direzione regionale del 4 marzo scorso, e che ha coinvolto in successive iniziative tutti i livelli provinciali e molte assemblee di circolo. E’ stata una riflessione seria e priva di indulgenze. Ha riconosciuto la sconfitta politica ed elettorale, resa evidente dal numero dei voti persi (circa 250.000 in tutti il Piemonte), dal travaso di consensi verso il Movimento 5 stelle in aree di tradizionale insediamento elettorale della sinistra, dal distacco registrato verso le categorie del lavoro e della produzione.
Abbiamo capito cosa è successo, e non abbiamo minimizzato la gravità della situazione. Ora si tratta di riprendere a lavorare per invertire la rotta. Il PD continua ad essere un grande partito, votato da 650.000 piemontesi, radicato nella realtà del territorio con centinaia di circoli e con migliaia di militanti ed amministratori locali. Il suo contributo è determinante per affrontare i problemi economici e sociali di una fase così difficile del nostro paese e della nostra regione. Vorrei rivolgere un appello ai democratici piemontesi: riprendiamo l’iniziativa, superiamo lo smarrimento, recuperiamo la forza delle nostre ragioni.
2 – Non possiamo pensare di recuperare l’iniziativa senza avviare una fase straordinaria nella vita del partito. Confermo il ragionamento che ho fatto nella relazione all’ultima direzione regionale: le risposte ordinarie non bastano. Occorre in qualche modo rappresentare una capacità di rottura, di svolta. Rendere evidente la consapevolezza che il futuro è legato alla nostra capacità di intercettare il profondo cambiamento della politica, sia nella sua capacità di decidere e fare, sia nella sua capacità di rappresentare e far partecipare.
Un partito decide le sue nuove rotte nei congressi. Nei congressi si decidono le linee politiche e le strategie programmatiche, si rinnovano i gruppi dirigenti. Penso che per il PD piemontese riprendere l’iniziativa significhi avviare fin da subito il percorso congressuale. Si tratterebbe tra l’altro di una modesta anticipazione rispetto alle previste decisioni nazionali, che assumerebbe tuttavia un significato simbolico e di messaggio.
Non penso naturalmente ad un congresso burocratico, che conta le tessere, che stabilisce le nuove nomenclature. Penso ad un congresso delle idee e dei progetti, che attiva un dibattito interno ed esterno sui grandi temi del Piemonte, che ascolta la società e i territori. Un congresso che punta a far emergere i nuovi gruppi dirigenti dal dibattito e non dalla mediazione delle componenti e dagli equilibri dei rapporti di forza. Un congresso che non si esaurisce in una giornata, ma che si presenta come un percorso: attraverso il Piemonte e attraverso il partito.
3 – Prima di tutto attraverso il Piemonte. Vedo al centro del dibattito congressuale il progetto per la nostra regione. Il Piemonte sta attraversando una crisi economica e sociale senza precedenti. Alle difficoltà strutturali dei sistemi produttivi tradizionali di molte aree, si sommano gli effetti della congiuntura negativa ormai giunta al quinto anno. La crisi economica morde il Piemonte più di tutte le altre grandi regioni del nord. La crisi economica genera crisi sociale: disoccupazione, impoverimento di larghe fasce di popolazione, mancanza di prospettive delle giovani generazioni. E’ in discussione il futuro della nostra regione, che si presenta vecchia nella sua composizione demografica e nel suo modello economico. Il Piemonte ha bisogno di un progetto di cambiamento, per invertire la tendenza.
La crisi del Piemonte non è soltanto economica e sociale, è anche una crisi di guida politica. Le incertezze, le divisioni e le incapacità della maggioranza regionale di centro destra sono sotto gli occhi di tutti. Le gravi difficoltà finanziarie della regione richiederebbero una progettualità ed una capacità di decisione strategica che sono del tutto assenti nella Giunta di Cota. Si vive alla giornata, sacrificando gli investimenti produttivi alla spesa corrente: se non si inverte al più presto la tendenza, la Regione diventerà una grande macchina burocratica che spende soltanto per alimentare se stessa. Anche sul fronte politico ed amministrativo c’è bisogno di una strategia di riforma e di cambiamento.
Il PD si candida a proporre questo progetto di cambiamento, condividendone la elaborazione con la società piemontese. Intorno ai grandi assi tematici della politica regionale (la riforma del sistema amministrativo, il rilancio dei sistemi produttivi,
la riforma del sistema sanitario e delle politiche sociali, la costruzione di nuove politiche territoriali) metteremo in campo iniziative di studio e di approfondimento che raccolgano competenze scientifiche e rappresentanza degli interessi. Verificheremo sui territori le nostre idee. Penso ad un lavoro di qualche mese, che ci consenta di essere pronti dopo l’estate a rendere esplicita la nostra proposta di governo in un grande appuntamento pubblico.
4 – Accanto al progetto economico e sociale bisogna mettere mano ad una riflessione seria sul partito. Come ha scritto Diamanti su Repubblica, il PD per comprendere il risultato elettorale deve guardare dentro se stesso.
Deve guardare dentro il suo modello organizzativo. Sono sempre stato un sostenitore del partito – associazione, che ha la sua forza negli iscritti e nei militanti. Devo ammettere che non è più sufficiente. C’è una risorsa inutilizzata, quella dei partecipanti alle primarie, che ci deve suggerire una evoluzione da partito degli iscritti a partito degli elettori. Siamo sempre stati un partito che puntava ad essere riferimento di una volontà di partecipazione forte, di quei cittadini che davano alla politica molto impegno e molto tempo. Oggi dobbiamo intercettare un desiderio di “partecipazione debole”, di coloro che vogliono partecipare alle decisioni una volta ogni tanto, o su specifici problemi. Cambia molto, significa utilizzare in modo diverso la rete, pensare alle strutture territoriali come strutture di dialogo, importanti non per il numero di iscritti che organizzano ma per la capacità di parlare con le persone e le realtà sociali. Ha una relazione diretta con la necessità di affrontare il tema di un superamento del finanziamento pubblico e con i contenuti di quella “legge sui partiti” che anch’io considerano importante ed urgente.
Deve guardare dentro il suo profilo politico. Le ultime elezioni hanno rivelato un fenomeno che qualcuno ha definito di “laburismo senza operai”: la coalizione PD – SEL si è collocata al terzo posto nel voto operaio. E’ il segnale di un fenomeno più generale, che vede un centro sinistra che perde riferimenti sociali, tenuto insieme da una enfatizzazione del tema dei diritti e dal salvagente ideologico dell’antiberlusconismo. Una cultura politica che si sta allontanando dalle dinamiche reali del paese. Se non ci sono più classi sociali di riferimento, neppure elettoralmente, dobbiamo capire come diventare quel “partito di tutti” per cui siamo nati.
Naturalmente non mancano le questioni da affrontare sul piano del funzionamento dei meccanismi di vita interna. Lo Statuto regionale del PD, che abbiamo a suo tempo approvato, sta mostrando tutti i suoi limiti. Faccio un solo esempio: organismi pletorici, troppo numerosi, che non sono in grado di prendere decisioni effettive. La revisione dello Statuto è parte essenziale di quel processo di riforma del partito su cui vorrei che dal Piemonte partisse un impulso determinante. Per questo penso che di queste cose si debba discutere, sulla base di un documento che mi riservo di presentare, nelle assemblee dei circoli e delle province, e in una apposita sessione dell’assemblea regionale da convocare prima dell’estate, come tappa fondamentale del nostro percorso congressuale.
Segreteria regionale 5 aprile 2013





