IL PD E LE RAGIONI DEL “GOVERNO POSSIBILE”. Una nota del Segretario regionale Gianfranco MORGANDO
Nel pomeriggio di oggi il Senato voterà la fiducia al Governo presieduto da Enrico Letta. Come alla Camera, tranne pochissime defezioni individuali, i parlamentari del PD voteranno a favore, insieme a quelli del PDL e di Scelta Civica. Si conclude così una fase che non esito a definire drammatica della vita del Partito Democratico, testimoniata dalla durezza delle reazioni di iscritti e militanti (lettere, mail, sms) che si sono accumulate sul mio tavolo e sul mio computer. La straordinarietà del momento che stiamo vivendo, e la necessità di dare una prima interpretazione dei fatti ed un primo orientamento, mi suggerisce la stesura di una nota per il nostro sito. La prossima riunione della Direzione regionale consentirà più approfondite analisi ed un più articolato dibattito.
Vorrei prima di tutto riconoscere le ragioni dello smarrimento di tanti democratici, soprattutto di coloro che orgogliosamente dichiarano la loro appartenenza alla storia della sinistra italiana (una lettera a caso: “sono cinquant’anni che voto le varie sigle che durante questo mezzo secolo hanno cercato di rappresentare la sinistra, ma ora basta”). Forse mai come in questa vicenda elettorale hanno sentito vicina la sconfitta della destra e la realizzazione di una “alternativa”. Il risultato del voto, le incertezze della fase politica successiva, la spregiudicata concorrenza di Grillo, i franchi tiratori, la sirena di Rodotà, il Governo con il PDL hanno colmato la misura. Capisco. La reazione, la rabbia, la durezza delle parole sono del tutto comprensibili. Tuttavia mai come in questo momento abbiamo bisogno di una attenta riflessione.
Non sono un pentito della campagna elettorale. Certo si poteva far meglio, come sempre. Ma continuo a condividere l’impostazione piana, ragionata, basata sulla concretezza e sul rifiuto del sensazionalismo. E’ stata la campagna di un partito di governo, che vuole fare le cose e dire la verità. E’ andata male. I motivi stanno in parte nel PD (una certa autoreferenzialità e una difficoltà di cogliere pienamente le trasformazioni della società), e in parte nella drammatica miscela della crisi economica e della crisi della politica che ci ha fatto pagare un prezzo elettorale salatissimo. Il risultato delle elezioni è un fatto: pensavamo ad un sistema politico bipolare, in cui si riproponesse lo scontro “destra – sinistra”, che avremmo vinto agevolmente. Ci siamo trovati di fronte ad un sistema tripolare, con tre forze sostanzialmente equivalenti ed alternative tra di loro. La nostra sconfitta la si legge nei voti che abbiamo perso, ma anche nella drammatica chiusura degli spazi politici che erano consentiti alla nostra azione.
La nuova ed inattesa situazione politica poneva il PD, partito di maggioranza parlamentare, di fronte ad una scelta in fondo assai netta: andare a nuove elezioni, creando le condizioni per un rapido scioglimento del nuovo parlamento; oppure tentare di dare vita ad un “governo possibile” per affrontare i problemi più urgenti, ricercando con fatica le convergenze parlamentari realizzabili. Credo che il PD abbia fatto bene a scegliere questa seconda strada, perché la domanda di governo e di concretezza non era un’invenzione della destra, ma una realtà che tutti noi potevamo constatare parlando con le persone oltre la stretta cerchia della militanza politica. Il PD ha fatto qualcosa di più: ha dato all’idea di governo possibile i connotati del cambiamento: negli uomini, nei programmi, nelle modalità di azione. Sappiamo bene che, pur nella formale proposta a tutte le forze politiche, questa impostazione costituiva un messaggio politico chiaro rivolto al Movimento di Grillo. Tutti abbiamo visto come è andata a finire, la risposta sprezzante, i giudizi infamanti, la ricerca dell’umiliazione dell’interlocutore politico. A questo punto la strada, se si voleva dare un governo all’Italia, era tracciata.
Nelle lettere che ho citato la rabbia nei confronti dell’accordo con Berlusconi è uguale all’indignazione per il comportamento dei parlamentari PD nelle votazioni per il Presidente della Repubblica. I franchi tiratori che hanno affossato la candidatura di Marini, e successivamente quella di Prodi, sono il segno della crisi del partito e del suo gruppo dirigente. Prendo anche in questo caso da una lettera: “la resa dei conti finale di gruppi dalle visioni contrapposte, che pur di prevalere sugli altri sono disposti a sacrificare il bene comune e l’interesse collettivo”. E ancora: “una classe dirigente che coltiva da sempre il proprio interesse personale, fatto di posizionamenti di comodo e volti a consolidare il proprio piccolo potere da far valere sul tavolo della contrattazione interna”. Non è lo sfogo di un elettore qualunque, ma la riflessione di un quadro impegnato. Difficile aggiungere. Si è trattato di un vulnus grave all’idea stessa di un partito che discute, si divide, ma poi rispetta le decisioni della maggioranza. Soltanto una seria discussione sulle ragioni di fondo che ispirano il nostro stare insieme potrà rispondere alla domande che la vicenda del presidente della repubblica ha posto sul futuro del PD.
“Non vi voterò mai più. Traditori, trasformisti, voltagabbana”. Ho risposto a questa accusa con la ricostruzione dei fatti. Provo ad aggiungere un’ultima considerazione. Un partito deve avere la forza della sua autonomia. Nel senso che il profilo politico e culturale del partito si caratterizza per i suoi contenuti, non per le sue alleanze. Il PD non è le sue alleanze. Non viene meno la nostra alternatività al modello politico e culturale rappresentato dall’era berlusconiana. Abbiamo fatto una scelta difficile, di cui non sottovaluto i rischi. L’abbiamo fatta in autonomia, con un dibattito negli organi di partito, e questa scelta sarà un ineludibile riferimento nel prossimo dibattito congressuale. L’abbiamo fatta mantenendo l’iniziativa politica: il capo del governo è il vice segretario del PD, e i tratti caratterizzanti del suo programma sono quelli del PD. Il governo si presenta bene, con un segnale positivo sul piano dell’apertura alle competenze e del rinnovamento generazionale. Enrico Letta è oggettivamente un personaggio nuovo, dal punto di vista anagrafico e del profilo di modernità. Dobbiamo spostare l’attenzione dalla formula politica ai contenuti concreti dell’azione di governo, sapendo che è su questo che si giocherà veramente la nostra credibilità.
Gianfranco MORGANDO
Segretario Regionale PD Piemonte





