“Nel Pd troppe tribù vogliono il potere”. Morgando: Chiamparino vittima di questi giochi
Intervista a Gianfranco Morgando su La Stampa dell’8/5/2013 – di Maurizio Tropeano
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«Me ne sono andato perché non ho avuto la forza sufficiente per creare una strategia comune nei confronti del partito romano. Ci sono stati tanti, troppi movimenti individuali nelle trattative per la formazione del governo. Difficile accettare una frantumazione del partito, una balcanizzazione che non ha nulla di politico ma che si caratterizza per l’utilizzo da parte di aggregazioni che vogliono spartirsi il potere interno, nel partito e nelle istituzioni». Gianfranco Morgando, ex segretario regionale del Pd, accetta di fare un «ragionamento» sul futuro del partito democratico nel giorno in cui da Roma arriva il contentino per il Piemonte: due presidenze di commissione, due vice-presidenze, due capigruppo. Troppo poco e adesso «tocca ai parlamentari subalpini aver la forza di dar voce alle questioni piemontesi».
A dire il vero c’è chi l’accusa di essere stato il primo a muoversi individualmente per ottenere un posto nel governo. È così?
«Credo di aver dimostrato ampiamente di essere in grado di anteporre ai miei desideri gli interessi generali del partito piemontese. Le decisioni sul governo sono avvenute per spartizioni tra le componenti interne, che siano tribù o accampamenti poco importa. Il risultato è che la figura che avrebbe potuto rappresentare al meglio il nostro territorio è stata sacrificata».
Sta parlando di Sergio Chiamparino?
«Sì, il suo caso è stato emblematico. C’è stato molto interesse sul suo nome ma la sua candidatura si è arenata quando è stato affrontato il tema: in quale quota entra Chiamparino nel governo? Lì è franato tutto».
Chi sono i colpevoli?
«C’è stato un meccanismo di decisione che ha privilegiato gli equilibri delle componenti e non il territorio».
Ma qualcuno il meccanismo l’ha messo in moto? Ci sono stati parlamentari come Esposito che hanno chiamato in causa Area democratica, cioè Franceschini e il sindaco Fassino…
«Alt. Io non ho elementi per chiamare in causa qualcuno. La mia colpa è di non aver avuto la forza di dare gambe ad una strategia comune e per questo mi sono fatto carico delle mie responsabilità. I tanti che si sono messi in moto cercando di raggiungere degli obiettivi personali a scapito del disegno comune non lo hanno fatto».
Allora hanno ragione gli autoconvocati a chiedere di resettare tutto il Pd?
«Questi movimenti esprimono una domanda reale che è il malessere di tanta parte della nostra base, ma credo che il limite sia quello di esprimere ansie e protesta anziché mettere in campo proposte politiche sul ruolo del partito, sulla fiducia al governo Letta, su quali sono le alleanze. Se davvero vogliono avere un ruolo nella costruzione del partito devono rispondere a queste domande con il rischio anche di dividersi. Un partito si costruisce sui contenuti e non solo sulla necessità di mandare a casa qualcuno per prenderne il posto».
Morgando è ottimista sul futuro del Pd?
«Il problema non è essere ottimisti o pessimisti ma essere razionali. Nel centrosinistra c’è uno spazio politico con tutti i limiti di questi anni. Razionalmente si può ripartire: tutte le scissioni hanno fatto una misera fine».
Come andrà a finire la vicenda Rimborsopoli in regione?
«Non è accettabile l’idea che tutti i partiti sono uguali. Il nostro capogruppo ha spiegato nel dettaglio le spese sostenute mentre gli altri hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. L’atteggiamento di Reschigna e quello di tutti i consiglieri del Pd segna una differenza rispetto agli altri partiti».





