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Eppure il premio al Senato è arrivato grazie ai nostri voti
Intervista a Gianfranco Morgando su la Repubblica del 4/5/2013 – di Sara Strippoli
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«È inaccettabile, un oltraggio alla nostra dignità, al nostro impegno di questi anni e a tutto il Pd del Piemonte. Una ferita che, per quanto mi riguarda, è insanabile. Qualcuno si deve assumere la responsabilità di quello che è successo. Per questo ho deciso di rassegnare le dimissioni. È necessario un sussulto di dignità». Gianfranco Morgando, primo segretario del Pd piemontese, getta la spugna. L’ assenza di viceministri e sottosegretari nell’ esecutivo Letta è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Perché Torino e il Piemonte sono stati puniti?
«Non riesco a darmi una ragione. Lo giudico un atto di insipienza politica gravissimo. Adesso capisco le difficoltà di interlocuzione di questi giorni, gli imbarazzi dei colloqui, i telefoni che suonavano a vuoto e i messaggi senza risposta. Ad un certo punto mi hanno detto che uno dei criteri era quello di scegliere i sottosegretari nella rappresentanza parlamentare. Benissimo. Abbiamo una pattuglia valida formata da 34 persone con sensibilità complementari ed esperienze in diversi campi. Ma nemmeno questo è servito».
Ha prevalso una logica spartitoria?
«Si. Capisco che nel processo di formazione di un governo si debba tenere conto dei rapporti di forza interni ai partiti, ma questo criterio non deve escludere quello della rappresentanza territoriale. Anzi, si devono legare. Così viene penalizzata in modo indegno l’ unica grande regione del Nord in cui il Pd ha conquistato il premio di maggioranza al Senato, contribuendo con 34 eletti. Si impedisce al Pd del Piemonte di dare il suo contributo, nell’ azione di governo, alla soluzione dei problemi drammatici della nostra regione attraversata da una forte crisi industriale».
Il Piemonte è stato uno degli epicentri di occupyPd. Anche per questo ha deciso di rassegnare le dimissioni?
«Non ho mai pensato di dimettermi per occupyPd. Certo che i segnali di malessere interni sono forti e devono essere considerati. È un movimento trasversale che pone questioni e pretende risposte. Davanti a tutto questo ribollire non si può far finta di niente. E invece di proporre soluzioni, dare risposte, la composizione dell’ esecutivo Letta pone nuovi problemi. Si va in senso opposto alle richieste di una parte dei militanti. Sarebbe necessaria un po’ di cautela e di attenzione».
Chi non le ha risposto al telefono o agli sms?
«Questo non lo dirò mai».
Nella decisione di dimettersi c’ è anche un po’ di amarezza per la sua mancata nomina a sottosegretario?
«Non è una questione personale. Sia chiaro. È stato penalizzato il Piemonte, non tizio o caio. Il problema è il Piemonte».
Sette anni alla guida del Pd, come lascia il partito?
«Si sono fatti molti passi avanti, ma tutti i problemi che si vivono a livello nazionale, ad iniziare da un modello organizzativo troppo chiuso in se stesso, li abbiamo anche qua. Credo di essere stato, nella mia azione, garante di tutte le anime che compongono questo partito, a volte a discapito della capacità del Pd di graffiare di più. Su queste basi però le nuove generazioni del partito possono costruire il cambiamento».
Quali errori ha commesso?
«Ci sarà tempo per le valutazioni. L’ unico errore, forse, è stato quello di non aver aperto una discussione sulle elezioni regionali per capire se Bresso, pur essendo la presidente uscente, era la miglior candidata possibile».
Vede una scissione all’ orizzonte?
«No, le scissioni non hanno mai portato a nulla di buono e si sono dimostrate fallimentari in termini elettorali. Nonostante il dissenso interno c’ è la voglia di rimanere uniti e di continuare a costruire il Pd».
Ora cosa farà?
«Non lo so, ma non ho intenzione di lasciare la politica. Il Pd è un progetto in cui credo e che ha necessità ancora di elaborazione e di studio. Vorrei dare ancora un contributo».





