Appunti tratti dalla relazione di Gianfranco Morgando alla Direzione Regionale del 17 maggio 2013
In vista della riunione dell’Assemblea Regionale di domani, 15 giugno 2013, pubblichiamo la sintesi della relazione svolta dal Segretario Regionale Gianfranco Morgando alla Direzione Regionale del 17 maggio 2013.
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Il mese che ci separa dall’ultima riunione della Direzione regionale è stato denso di avvenimenti, destinati a lasciare una traccia profonda sulla prospettiva del PD. In particolare ovviamente l’elezione del Presidente della Repubblica e la nascita del Governo Letta. Questi avvenimenti condizioneranno il percorso congressuale, e il Congresso stesso ne chiarirà la relazione con il dibattito sulla natura del Partito, sulla sua strategia di fondo, sul suo profilo politico e culturale. Hanno ragione quelli che sostengono che il Congresso avrà in qualche modo un carattere costituente: ce lo impongono i fatti, le decisioni prese e quelle che abbiamo ancora all’orizzonte. Provo ad individuare alcune delle questioni che questi fatti suggeriscono al dibattito congressuale.
La prima questione l’ha indicata Bersani nella riunione della Direzione nazionale: il PD vuole essere un soggetto politico o uno spazio politico? I suoi dirigenti e i suoi parlamentari vogliono essere dei rappresentanti, o semplicemente dei portavoce? La questione è dirimente, perché attiene alla capacità del partito di svolgere una funzione di guida e di direzione, che è la funzione tipica di un soggetto politico, che ascolta, discute, e poi decide ed orienta. In uno spazio politico invece tutti fanno quello che vogliono, o quello che gli suggerisce il retroterra di riferimento diretto. Si tratta appunto di portavoce.
Il problema ce lo pone, ovviamente, la vicenda della elezione del Presidente della Repubblica. Considero i fatti di eccezionale gravità. Né sono invocabili attenuanti come quelle della differenza tra il voto su Marini e il voto su Prodi. Certo, dal punto di vista etico è maggiormente condannabile chi si rifugia dietro il voto segreto, rispetto a chi dichiara apertamente la propria posizione. Ma dal punto di vista politico i due episodi sono ugualmente gravi, perché hanno significato la rinuncia del partito a definire una linea e ad attuarla. Gli errori di gestione che hanno certamente caratterizzato tutta la complessa fase dell’elezione del Presidente della Repubblica non giustificano un così plateale venir meno di tanti parlamentari alla lealtà nei confronti del partito. Non si tratta di una questione di regole o di disciplina, ma di un tema squisitamente politico e culturale: in che misura siamo una comunità unita sui punti fondamentali e capace di affidare alla decisione collettiva i passaggi cruciali della propria vita. In questo senso è uno dei principali temi del congresso.
La seconda questione che ci suggeriscono gli avvenimenti recenti è quella del rapporto tra il PD e le sue alleanze. In politica il tema delle alleanze è molto importante, e concorre a definire il profilo di un partito. Ma un partito non è mai riducibile alle sue alleanze. Il PD non è soltanto le sue alleanze.
Il risultato elettorale ha cambiato profondamente il panorama politico dell’Italia, facendoci passare da un sistema bipolare, caratterizzato dallo scontro tra PD e PDL, ad un sistema tripolare composto da tre partiti sostanzialmente equivalenti, tutti alternativi tra di loro. In un quadro di questo tipo l’unica possibilità di evitare una spirale elettorale è costituita da un accordo di governo tra forze che rimangono alternative tra di loro ma realizzano un compromesso su punti programmatici definiti.
Questo “stato di necessità” costringe il PD ad affrontare in modo trasparente il problema del suo rapporto con il PDL. Molti hanno usato artifici dialettici utili solo per tacitare le nostre cattive coscienze: possiamo fare un governo di scopo, oppure un governo del presidente, magari un governo di minoranza. Tutti sofismi che non reggono alla prova parlamentare: qualunque governo deve avere la fiducia del parlamento, e il voto di fiducia costituisce un fatto politico ineludibile. Il problema che il PD deve affrontare è quindi il problema del rapporto con il PDL.
Il PD e il PDL sono partiti alternativi. Per contenuti, per valori di riferimento, per visione strategica. A me pare che dobbiamo capire se questa alternatività è ideologica, oppure politica e programmatica. In questi anni ne abbiamo coltivato la caratteristica ideologica, incentrando tutto sull’antiberlusconismo. Se è così, non c’è niente da fare. Ogni incontro è impossibile. Ma se superiamo la dimensione ideologica, e ci convinciamo che siamo alternativi per ragioni politiche e programmatiche, allora sono possibili intese di compromesso come quelle che abbiamo stipulato per dare vita al governo di Enrico Letta. Un compromesso tra forze alternative che concordano per un periodo e per contenuti limitati. La dignità politica e culturale di questa impostazione è al centro del discorso pronunciato da Giorgio Napolitano davanti alle Camere riunite dopo la sua rielezione alla Presidenza della Repubblica. Un discorso di cui suggerisco la lettura e la meditazione.
La serietà delle decisioni assunte ci aiuta a collocare nella sua giusta dimensione il rapporto tra il PD e il Governo. Il Governo è il banco di prova del PD, e della sua capacità di assumere delle responsabilità e di affrontare anche in modo straordinario i grandi problemi dell’Italia. C’è una domanda di concretezza che viene da strati sempre più larghi di cittadini, da categorie distrutte dalla crisi, da giovani e da lavoratori. Non sempre il partito riesce a cogliere questa domanda. La nostra base militante, esigente e coerente, non sempre è in grado di rappresentare la realtà sociale che la circonda. Certo, la prospettiva del governo e il suo successo dipenderanno dalla sua capacità di decidere e di affrontare i problemi urgenti e cruciali, che sono quelli dell’economia e della crisi sociale. Gli inizi sono positivi, anche se sappiamo che il percorso è molto complicato e potrebbe interrompersi in qualunque momento. Tuttavia ci deve essere chiaro che la durata e il successo del governo sono la prospettiva del PD.
La terza questione che le vicende politiche delle ultime settimane suggeriscono per l’agenda congressuale è quello della natura del partito, e in particolare della sua caratteristica di partito riformista. Si tratta forse del tema più complesso, su cui occorrerà ritornare in modo approfondito, e su cui svolgo soltanto qualche considerazione preliminare.
Per costruire un partito riformista dobbiamo andare oltre le culture politiche del novecento. O meglio: oltre la proiezione politica organizzata delle culture politiche del novecento. Si tratta di un tema che abbiamo affrontato più volte, che tuttavia è andato via via cedendo spazio ad una più tradizionale interpretazione del PD come partito “di sinistra”. Non mi piace particolarmente il termine “contaminazione”, che abbiamo largamente usato in passato. In attesa di un aggiornamento anche lessicale, propongo di mettere nuovamente al centro della nostra attenzione la capacità del PD di integrare e far influenzare tra di loro i grandi filoni culturali che hanno attraversato la storia italiana, riconoscendone contemporaneamente l’insufficienza per interpretare da soli la nuova realtà, e la fecondità per costruire le risposte nuove che occorrono. Si tratta di un processo europeo, a cui non è estranea la riflessione che si è avviata recentemente nell’internazionale socialista.
Un partito riformista è un partito di governo, che mette al centro della sua strategia la risposta ai problemi concreti. La crisi economica in particolare. Ma che affronta la quotidianità in una dimensione di sistema. Le “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia evidenziano che la crisi economica che stiamo attraversando ha caratteristiche strutturali, “di sistema” appunto. E non può quindi che essere affrontata in una logica di sistema, cioè di grande cambiamento strutturale. Riformare non vuol dire aggiustare le cose, ma cambiarle. Un partito politico non guida con delle ricette, ma suscitando speranza per il futuro. Per noi vuol dire soprattutto rielaborare l’idea dell’uguaglianza come condizione per la crescita economica, e della possibilità di conciliare efficienza e giustizia sociale.
Il percorso congressuale, che dovrà affrontare questi temi, è avviato con la decisione dell’assemblea. Nella prossima direzione nazionale verranno indicate le modalità per la predisposizione dei relativi regolamenti e delle eventuali modifiche statutarie.
Ho sempre pensato che il percorso congressuale piemontese doveva avere una sua specificità. Mettere al centro della discussione i problemi della regione, e approfittare del largo coinvolgimento degli iscritti e dei simpatizzanti per discutere della proposta del pd per l’alternativa alla maggioranza di centro destra. Come tutti sapete non ci sono più le condizioni perché sia io a gestire questa fase. Il 3 maggio ho infatti comunicato al Presidente del Partito la mia intenzione di dimettermi dall’incarico di segretario.
Le ragioni sono note, ma le voglio richiamare in questa sede. Non ho mai pensato ad una rivendicazione di poltrone o ad una bega personale o di potere. Ho sempre pensato invece alla responsabilità che abbiamo nei confronti del Piemonte. La nostra regione è quella che sta vivendo le conseguenze più drammatiche della crisi economica: nel 2012 il PIL del Piemonte è sceso del 12%, il risultato peggiore tra tutte le regioni italiane; nel 2012 l’occupazione in Piemonte è scesa dell’1,5%, il dato peggiore tra tutte le regioni del nord. Potrei continuare. Il Piemonte per uscire dalla crisi ha bisogno di grandi politiche nazionali, di una politica industriale, di una politica della ricerca e dell’innovazione, di una politica delle infrastrutture. Tutte queste cose si fanno nel Governo del paese. Chi sottovaluta l’importanza della presenza di una grande regione nelle sedi in cui si formano le politiche nazionali non ha capito nulla del momento che stiamo vivendo e della straordinarietà della situazione che stiamo attraversando.
Abbiamo responsabilità anche noi per non aver raggiunto questo obiettivo. Dovevamo fare più squadra, promuovere un’azione corale, mettere in discussione pubblicamente la “costituzione materiale” del PD che assegna all’equilibrio delle correnti tutte le decisioni. Anche per non aver garantito queste condizioni ho rassegnato le dimissioni.
L’episodio segnala problemi più ampi. Prima di tutto l’irrisolta questione del rapporto centro – periferia nel PD. E poi il mancato decollo del modello di partito regionale delineato dallo Statuto. C’è quindi un collegamento tra le mie dimissioni e il dibattito in corso sul rinnovamento del partito, il ricambio delle classi dirigenti, la “rifondazione” del PD. Non mi sono dimesso perché lo chiedeva “occupy pd”. Mi sento molto lontano dal movimentismo e dai toni lievemente macabri e giacobini (“iniziano a rotolare le teste”, ho sentito commentare) che si sono manifestati nelle scorse settimane. Ribadisco le mie critiche: vedo pochi contenuti politici e programmatici. Tuttavia alcune delle questioni che vengono poste sono meritevoli di attenzione, e penso che troveranno spazio nel dibattito congressuale.
In conclusione voglio accennare agli orientamenti che ho maturato in ordine alla questione delle mie dimissioni. Ho ricevuto molte richieste di riconsiderare la decisione, anche da parte del segretario nazionale. Le argomentazioni hanno un loro valore: siamo a pochi mesi dal Congresso, a cui ho già annunciato che non ripresenterò la mia candidatura, ed è poco comprensibile eleggere un nuovo segretario per così poco tempo. C’è insomma un problema di responsabilità. Si tratta di opinioni di cui voglio tenere conto. Di quella di Epifani in particolare, perché il partito non è una sommatoria di realtà tra di loro indipendenti, ma una comunità che vive insieme delle sue autonomie e della sua unità. C’è però una questione di linearità della politica che richiede coerenza tra le decisioni e i comportamenti. Il dibattito di oggi mi aiuterà chiarire le idee. La decisione finale non potrà che essere affidata però, come qualcuno ha proposto, all’organo che ha sancito la mia elezione a segretario regionale, e cioè l’Assemblea regionale del Partito.
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Gianfranco Morgando





