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Il No Tav ha cambiato natura ma una parte della sinistra sottovaluta questa mutazione
Intervista a Gianfranco Morgando su la Repubblica del 27/7/2013 – di Paolo Griseri
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GIANFRANCO Morgando scrive queste cose alla vigilia della manifestazione di Giaglione, in un articolo che comparirà oggi sui due quotidiani di riferimento del Pd, l’Unità e Europa. C’è dunque una condiscendenza radical chic nei confronti di un movimento che, scrive il segretario del Pd piemontese, «si è consegnato nelle mani dei comitati più fanatici e dei gruppi anarchici e antagonisti».
Segretario Morgando, perché un giudizio così netto?
«Perché è ormai sotto gli occhi di tutti che le manifestazioni di queste settimane non sono più il dissenso legittimo di una parte della popolazione rispetto a una grande opera. Sono invece diventate autentici atti di sabotaggio. In quale altro luogo un cantiere viene preso d’assalto sistematicamente e per anni con mo-lotov, bombe carta, insulti e agguati agli operai e alle forze dell’ordine?».
Nel suo intervento lei fa riferimento agli ambienti intellettuali torinesi. Che cosa non hanno capito?
«Non voglio puntare il dito contro nessuno in particolare. Dico che c’è una sottovalutazione da parte di molti che continuano a non vedere la mutazione subita dal movimento in questi mesi e che continuano a comportarsi come se davvero ci fosse in discussione il problema della nuova linea ferroviaria».
E invece?
«La verità è che nessuno sa più dire che cosa sia diventato questo movimento. Certo non è più quello di protesta popolare di un tempo. Sembra piuttosto un contenitore confuso egemonizzato da gruppi violenti e antagonisti
di tutta Europa che agiscono per conto loro. Nessuno sa quale legame abbiano davvero mantenuto con la popolazione valsusina. Quello che io mi chiedo è perché questi personaggi violenti non sono mai stati isolati
da quegli amministratori che anzi intervengono al loro fianco in conferenze stampa e iniziative di protesta».
Questa sottovalutazione non è anche stata compiuta dalla politica e da una parte del suo stesso
partito?
«Non mi piace sfuggire alle questioni e probabilmente l’errore della sottovalutazione lo abbiamo compiuto anche noi. Quel che mi pare di capire è che nel corso del tempo alcune ambiguità
si sono sciolte in senso negativo. Per questo ritengo sia stato un errore da parte di un gruppo di amministratori aderire alla manifestazione di oggi finendo per condividere la piattaforma di lotta di quei gruppi che hanno
alimentato in queste settimane il clima di intolleranza in valle».
Un invito a non aderire?
«Un modo per sottolineare che oggi a Chiomonte le istituzioni stanno nel cantiere, con le forze dell’ordine e gli operai, non nei boschi adiacenti
».
Lei crede che la politica sia in grado oggi di risalire la china oppure la situazione è ormai totalmente sfuggita di
mano?
«Il vero problema non è solo quel che accade oggi ma quel che accadrà domani. Domani quando gli antagonisti avranno lasciato la valle, magari per andare a portare i loro metodi violenti in altre parti d’Italia e d’Europa, che cosa resterà in Val di Susa? Temo solo un cumulo di macerie, anche economiche. Riuscire a bloccare la realizzazioni di importanti opere come la nuova ferrovia o il cavidotto italo francese non significa creare una valle incantata e paradisiaca, felice di decrescere. Ma creare un deserto economico e sociale. E poi c’è un’altra grande opera che viene realizzata proprio in questi mesi: il raddoppio della galleria autostradale del Frejus. Una galleria della stessa lunghezza del tratto italiano del tunnel di base, che viene scavata nella stessa montagna senza che nessuno, ma proprio nessuno, gridi alla devastazione ambientale.
Come mai?».
È sotto gli occhi di tutti che nelle ultime settimane si è di fronte non a una protesta ma a veri atti di sabotaggio
Perché nessuno grida alla devastazione ambientale per il raddoppio del tunnel autostradale del Frejus?





